F. (loc. n.c.)
Ho 30 anni ed una domanda da porvi.Da tre anni lavoro in una azienda commerciale, come responsabile acquisti. All'arrivo del nuovo direttore commerciale mi sono trovato demansionato, come ruolo, da responsabile acquisti a product manager, restando, comunque, a capo del mio settore. Circa un mese fa mi è stato detto che la macchina aziendale, a maggio, mi sarà tolta. Ho fatto presente che non ero d'accordo e che sulla lettera di impegno all'assunzione, e non presente sul contratto, erano riportati i benefits che l'azienda mi dava, uso della macchina aziendale e abitazione. Mi hanno risposto che non aveva nessun valore. Come mi devo comportare? Mi devo rivolgere a un legale?Vi ringrazio moltissimo per l'aiuto.
Caro F.
eccoci con un'altra situazione di rapporti che si tendono e quasi inevitabilmente portati alla rottura quando arriva in azienda una nuova figura.
Devi sapere F, che spesso l'arrivo di un nuovo manager serve anche, se non sempre, per fare questi cambiamenti. Il nuovo non ha legami e quindi è il più adatto a risolvere duramente o drasticamente quelle che sono vissute come anomalie.
Ma andiamo per ordine: Ti senti posto in una mansione inferiore perchè l'azienda oggi Ti ha messo nella posizione di Product Manager.
Il problema è dato da ciò che facevi prima (reale responsabilità e compiti) e ciò che fai ora. Sei Tu che puoi valutare esattamente se c'è stato un ridimensionamento dei compiti, perchè le etichette lasciano il tempo che trovano.
Se come Responsabile Acquisti avevi davvero in toto la responsabilità e la firma (in pratica eri Dirigente) allora la posizione di P.M. potrebbe essere leggermente riduttiva ma se Ti occupavi di acquisti senza però una vera totale responsabilità (in pratica seguivi solo il lavoro d'ufficio e della gestione) , questa nuova mansione potrebbe essere vista come migliorativa.
Personalmente preferirei questa seconda, anche per gli sbocchi che può dare nell'ambito del Marketing, ma non tutti la pensiamo allo stesso modo.
Occorrerebbe invece capire perchè Ti è stata tolta la prima mansione e su questo, come sempre non è mai l'interessato a poterlo dire. Giusto o sbagliato che sia quest'azione aziendale, qualcuno ha deciso così ed è a questo qualcuno che va chiesta la motivazione.
La funzione di Product Manger potrebbe esserTi stata data perchè qualcuno l'ha riconosciuta più adatta a Te, oppure perchè si ritiene che Tu possa essere più utile all'azienda in questa mansione come anche, lo devo dire, potrebbe esserTi stata data proprio per metterTi in difficoltà e farTi uscire dall'azienda.
Su questo punto, ho dato tutte le interpretazioni del caso. Ora analizza bene Tu il perchè puoi essere successo quanto accaduto.
Veniamo al secondo punto: l'auto aziendale. Oggi Ti dicono che a Maggio Ti verrà tolta. Questo benefit era scritto sulla lettera d'assunzione (anche se non sul contratto) ma il solo fatto che Tu sino ad oggi ne abbia usufruito, pone a Tuo favore in una eventuale causa.
C'è però un problema e non vorrei che tutto si giocasse su questo: il cambio di posizione. L'azienda può dire che per la funzione precedente l'auto era uno strumento di lavoro necessario che non è invece contemplato per il Product Manager. (In molte aziende comunque i P.M. hanno tra i benefit proprio l'auto aziendale). Poiché però ogni azienda fa a sé, è sufficiente che nella Tua non ci sia questa regola per mettere l'azienda nella condizione di togliertela.
Quindi, non è vero che la presenza del benefit sulla lettera d'assunzione e non sul contratto non abbia valore. Ne ha eccome, proprio per il fatto che sulla lettera era inserita l'auto e questa l'hai avuta e la stai avendo ancora. Devi capire bene però se il volerTela togliere non sia dovuto proprio al fatto della nuova mansione perchè se così è, non puoi farci nulla. Se l'azienda tiene a Te può toglierTi l'auto (se altri nella stessa posizione non l'hanno) ma comunque dovrebbe rimborsarTi della perdita del benefit calcolando il valore che Tu perdi ed inserendo questa cifra aumentata dei contributi, nello stipendio, affinche torni a giungerTi a te il valore reale del benefit che perdi.
Poiché comunque intuisco che una certa discussione tra le parti c'è già stata, non vorrei proprio che l'averTi posto in quella posizione, togliendoTi quel benefit sia un piano per cercare di liberarsi di Te.
Credo che un colloquio con un legale (per un approccio rapido puoi pure rivolgerTi ad un legale di un sindacato poi, se non Ti convince e se vorrai far causa scegli un legale del lavoro indipendente).
Come sempre finisco poi con la solita riflessione: sei Tu che devi decidere cosa fare, nel senso che quando si arriva a queste situazioni le soluzioni sono quasi sempre già scritte. Una lite sindacale o legale Ti permetterebbe di rimanere in azienda, a lavorare fianco a fianco con chi hai chiamato in causa? Pensi che successivamente ad una lite i rapporti possano rimanere normali? Ritieni che il clima che respirerai dopo sia adatto e sereno? Il mobbing nasce spesso proprio da situazioni come questa.
Scrivi che sei passato nel ruolo di Product Manager restando comunque a capo del Tuo settore. Questo mi crea dubbi e confusione. Cosa vuoi dire? Proseguirai a fare gli acquisti e Ti è solo stata cambiata l'etichetta o cambierai mansione?
Anche questo ha un significato. Perchè se continuerai a fare gli acquisti pur con l'etichetta di Product Manager, vuol dire che il cambio è puramente voluto per poterTi togliere l'auto non prevista in questa seconda mansione.
Se così fosse, può darsi che dietro a questa scelta ci sia solo la volontà di un ridimensionamento assolutamente necessario dei costi aziendali. Vedi, solo Tu stando dentro puoi sapere da come Ti è stata data la notizia se verso di Te c'è voglia di allontanarTi o se invece, comunque sei gradito.
Penso di averTi dato spunti su cui riflettere.
Alla fine raccomando a Te come ad altri, di metterTi in ogni caso sul mercato e cercare altre possibilità perchè, credimi, lavorare è già pesante di per sé; che almeno sia reso piacevole da un ambiente sereno!
Ciao
mercoledì 29 aprile 2009
RAPPORTI TESI
Pubblicato da consulente alle 22:59
DOV'E' L'INPS ?
R. (loc. n.c.)
Salve vi espongo rapidamente il mio caso sperando che possiate darmi una soluzione. Sono un lavoratore stagionale ,lavoro infatti come portiere di notte presso un albergo, per sette mesi l’anno dopo di che in coincidenza con la chiusura dell’albergo vengo licenziato per essere riassunto regolarmente l’anno successivo per la riapertura. Ormai sono una decina di anni che lavoro nello stesso albergo e da quando sono stato assunto ho sempre lavorato per 12 ore al giorno vedendomene retribuite solo 6,40, con un solo giorno di festa settimanale.
La situazione che subisco e’ comune purtroppo alla gran parte dei lavoratori del settore che come me non accennano a ribellarsi per evitare una sicura emarginazione dal mondo del lavoro, cosa che accade regolarmente ai pochi coraggiosi che intraprendono un’azione legale. Vivo in un territorio in cui il 70% degli abitanti lavora nel settore del turismo e dover lasciare questo settore implicherebbe uno spostamento verso altre zone d’Italia, cosa che per chi ha famiglia come me diventa un po’ difficile. Vorrei sapere se c’e’ la possibilità di intraprendere un’azione legale pur essendo stato piu’ volte licenziato e riassunto, in quali termini e se e’ possibile farlo anche a distanza di alcuni anni. Nella speranza di un vostro aiuto vi saluto cordialmente.
Caro R,,
le problematiche relative alle questioni sindacali preferisco non toccarle perchè non sono di nostra specifica competenza e sono tali i cambiamenti di norme e regole, con i rimandi, le sub scritture, gli accordi in essere, quelli che partiranno, e decine di altri orpelli che si rischia di suggerire male facendo un danno anziché dare un aiuto. Rispondo anche stavolta, come in passato guardando la cosa sotto un altro aspetto.
Credo che, volendo, Tu possa fare qualsiasi azione legale ma scrivi che non l'hai mai fatta perchè altrimenti c'è il rischio di essere isolati, mentre ora la vorresTi fare. I rischi di cui scrivi Te li ritroveresTi anche oggi. Il fatto che Tu in passato abbia accettato queste condizioni potrebbe diminuire un poco la colpa del Tuo datore di lavoro in quanto da parte Tua c'era sempre la possibilità di dire di no. Non facendolo, di fatto accettavi (come poi hai dovuto fare per necessità) la situazione.
Una denuncia può essere fatta presso un Avvocato del lavoro o andando presso l'INPS della Tua città. Se questa è la Tua decisione, Ti suggerirei di recarTi presso l'INPS di un altra città, di chiedere un colloquio con un funzionario facendo presente che preferisci momentaneamente non dire il Tuo nome per evitare problemi e chiedendo informazioni e chiarimenti sulla situazione in cui Ti trovi (lavorare 12 ore e pagamento e versamenti per 6,40).
Sarà poi l'INPS a valutare cosa si può fare e Tu potrai decidere con informazioni certe in mano. Questi casi hanno possibilità di ottenere un risultato se alle spalle nasce un movimento ampio di presa di coscienza di cittadini. Non credo però che nella zona in cui abiti, se il 70% opera nel turismo, Tu possa appoggiarTi ad altri. Devi però essere cosciente che è assai improbabile che gli Ispettori del lavoro dell'INPS della Tua zona non sappiano di questo andazzo. Impossibile che nessuno abbia mai detto mezza parola al bar! Se nulla succede significa quindi che vi è un lassismo, un menefreghismo totale e quindi Ti potresTi trovare a lottare contro i mulini a vento. E contro i mulini a vento ci si lotta quando si ha la sicurezza di poter vivere facendo altro.
Personalmente oggi contatterei il Ministro del Lavoro, scrivendo e facendo presente la situazione della zona in cui operi ed i disagi Tuoi e dei colleghi, chiedendo ovviamente l'anonimato (è possibile se lo chiedi).
Tieni presente che ad un danno Tuo (lavorare più ore per averne pagate meno) segue anche un forte danno per l'erario e per l'INPS che non ricevono gli opportuni introiti.
Contemporaneamente a questo, io mi metterei a cercare comunque un altro tipo di lavoro, anche non vicino a casa, pur di liberarmi di uno stato oppressivo che, a lungo andare, mina anche la Tua serenità. Prima o poi lo troverei.
Riassumendo:
puoi decidere di rimanere dove sei ed accettare la situazione per stato di necessità
puoi chiedere informazioni su cosa fare presso un' INPS di un'altra città
puoi recarTi da un Avvocato del lavoro e intentare causa al datore di lavoro (ovviamente perdendolo)
puoi denunciare la cosa all'INPS dellaTua città (ovviamente perdendo il lavoro)
puoi recarTi presso un Sindacato e denunciare la cosa (che sarà perfettamente a conoscenza ma che non verrà mai fatta emergere per tanti motivi)
puoi inviare una lettera (purtroppo anonima) al quotidiano locale denunciando il settore, ma ho dubbi che facciano scoppiare un caso.
puoi scrivere al Ministro del Lavoro (non al Ministero, ma al Ministro) una lettera riservata e personale, spiegando cosa avviene, quanto dovete sopportare Voi dell'ambiente, quanto dovete accettare per necessità e quanto questo costi all'economia; il tutto chiedendo l'assoluto anonimato perchè se il Tuo nome uscisse perderesTi più del lavoro. Poi devi solo attendere che qualcosa accada, a tempi lunghi.
Puoi non fare nulla di tutto questo; rimanere dove sei, cercarTi contemporaneamente un altro lavoro e solo a quel punto lasciare l'attuale occupazione senza polemiche.
Ti rimando comunque alla lettura di un contratto di lavoro del settore, nella sezione relativa al lavoro stagionale, contratto che potrai trovare sia in Internet ma che trovi anche presso la sede di qualunque sindacato. Se Ti rechi, senza dare precise informazioni, e chiedi di poter prendere visione del contratto specifico, non c'è motivo per cui Tu non possa essere accontentato.
Dove il lavoro scarseggia nascono sempre queste situazioni e questi soprusi. Non ricordo d'aver mai visto soluzioni senza che vi sia una decisa volontà di “mandare tutto all'aria” da parte di chi intraprende questa strada. E questa è la forza che porta alcuni settori o datori del lavoro ad approfittarne.
Tieni poi presente l'ambiente dove abiti. Se ritieni che vi siano legami tra quel settore ed altri, facendo scoppiare un bubbone in questo, Ti ritroverai probabilmente escluso anche da altri. Che tristezza a doverTi dire queste cose!
Per finire una preghiera: semmai Tu inviassi ad altri la lettera inviata a me, manda esattamente quella che ho pubblicato io, con quelle due o tre parole che ho corretto e che non permettono di identificare la zona.
Ti auguro che Tu possa trovare, con calma, la via che Ti dia maggiore sicurezza.
Ciao
Pubblicato da consulente alle 00:00
domenica 26 aprile 2009
PAURE INUTILI
Federica M.
Non so se posso disturbarvi per un quesito ma ho cercato di chiedere ad amici e conoscenti senza aver una risposta. Ho cercato perciò in rete e scopro che date queste risposte, senza essere pagati. E' vero?
Il mio problema è che mi trovo davanti alla possibilità di u primo lavoro. Non ho mai lavorato e mi è stato offerto di fare la commessa. Devo dare una risposta entro qualche giorno.
Dunque, i l problema è che non so quale sia il contratto e cosa mi spetti. Stipendio, ferie, giorni liberi, permessi e così via. Non vorrei quindi che il datore mi dicesse una cosa che non è vera. Potete aiutarmi?
Mia cara Federica, certo che posso aiutarTi e lo faccio nel dirTi che, anche in Te, purtroppo come in altri, vedo solo una cosa. Ancor prima di iniziare un lavoro, Ti stai preoccupando che non Ti freghino. Insomma, i diritti subito, ancor prima dei doveri.
Ne vuoi una prova che probabilmente non Ti sei accorta di dare? Guarda un po' cosa chiedi: stipendio, ferie, giorni liberi, permessi. Non una richiesta per sapere i doveri legati al lavoro ma solo domande sui diritti. Se inizi con il cervello impostato a sapere quando e quanti giorni farai di ferie, pensi di iniziare bene la Tua vita lavorativa? Avrei preferito sentirTi chiedere “serve una preparazione speciale; riuscirò a svolgere bene il lavoro; potrò far valere le mie capacità? Qualche domanda che lasciasse intuire la Tua volontà ad entrare col piede giusto. Invece, no.
Tiro un sospiro perchè mi spiace quando vedo queste situazioni ma cerco di rispondere, come sempre, dicendo ciò che penso.
Il contratto sarà quello di categoria, ne più ne meno. Se vuoi saperne di più devi andare presso la Associazione commercianti della Tua città e chiedere se hanno copia del contratto da darTi o comunque se possono indirizzarTi altrove.
In ogni caso (ho la nausea a ridirlo) ciò che conta è iniziare. Mettere un piede nel mondo del lavoro e occupare una posizione. Cercare di ingranare, assorbendo tutto quanto sia possibile dal Capo, dalle altre commesse, dagli stessi clienti. Fare esperienza; imparare, togliersi la patina dell'imbranato che inevitabilmente hanno tutti coloro che iniziano da zero; carpire i segreti e sopratutto, usando la testa, prevenire domande, richieste, desideri, ordini di chi lavora con Te. Imparare ad essere un tantino avanti agli altri in tutto, compreso la voglia di fare, può solo essere premiante.
Poi, se il lavoro piace, potrai sempre, contratto in mano, andare a verificare presso qualche sindacato, se è tutto giusto quello che Ti viene dato. Perchè dico “se il lavoro Ti piacerà?” Perchè se non Ti piacesse, il problema non sarà certamente il contratto corretto o meno. Ti sembra?
Quindi cara Federica, posso sperare che dopo questa tirata di orecchie Tu riesca ad affrontare la Tua prima possibilità di lavoro (pensaci) con un approccio più giusto?
Se devi lavorare, vale di più pensare quando andare in ferie e come aver i permessi per stare a casa oppure come riuscire a svolgere bene il lavoro? Lo sai che gli aumenti di stipendio solitamente vengono dati quando il lavoratore opera bene e quando la “rendita” di questo lavoro è superiore alla media ?
Pensaci. Quando sarai così brava da far si che il Tuo datore di lavoro decida di darTi un aumento, allora potrai pensare anche ai diritti (intesi come permessi, ferie, giorni liberi e quant'altro).
Ed allora capirai che anche questo mio scritto, sarà servito molto più di quanto Tu oggi non possa pensare.
Ciao.
Pubblicato da consulente alle 23:08
QUOTE SOCIETARIE
Pippo (Emilia R.)
Davvero complimenti per il blog che leggo sempre.
Ho un problema che vorrei mi aiutaste a risolvere. Con altre due persone vorremmo fare società per sviluppare un progetto che è nato da me e che ho potuto rifinire con l'aiuto di uno di loro. Il terzo entra in società come finanziatore.
Stiamo discutendo non tanto delle quote ma di quanti capitali serviranno. Non saranno molti ma stiamo facendo i conti. Successivamente penseremo a come dividere le quote. Ci sono però i primi movimenti e le prime richieste. Un socio vorrebbe avere il 49%, cioè la maggioranza relativa. Io e l'altro dovremmo dividerci il 51%.
Per me può andar bene anche se avere il 25 o 26% potrebbe significare uno sforzo economico. Che può dirmi? Secondo Lei cosa dovremmo fare?
Caro Pippo,
sono da sempre propenso che le società debbano essere ad ampio azionariato (quindi quotate in borsa) o padronali (un solo padrone).
Le società in cui i soci sono pochi come nel Vostro caso raramente funzionano a lungo. Avete un socio che già si propone come colui che, non potendo avere il 51% chiede almeno il 49%. Dateglielo. Ma ora Ti stupirò con un altro suggerimento. Poiché mi scrivi che il 25% per Te potrebbe essere impegnativo, io Ti proporrei di essere magnanimo e di chiedere solo il 2% della società. Lascia che anche l'altro socio abbia il 49%.
Dato che la società è fatta da tre persone che, di fatto, si uniscono per un fine commerciale ma dietro a loro non c'è quella conoscenza o amicizia che mi farebbe suggerire di osare di più, è facile che nel tempo si arrivi prima o poi a chiarimenti o liti.
Ebbene, il Tuo 2% vale come e forse più delle loro quote.
Davanti a qualunque situazione in cui va presa una decisione, il Tuo 2% sarà coccolato da entrambi perchè è quello che permette di arrivare alla maggioranza assoluta. Nessuno dei due potrebbe ignorarTi per paura che Tu offra il Tuo 2% all'altro socio. Semmai dovesse esserci una richiesta di aumento di capitale, il Tuo supporto sarebbe minimo e non potrebbero pensare di eliminarTi con un aumento di capitale perchè non faresti fatica ad accettarlo. Se poi qualcuno volesse la maggioranza potrebbe essere disposto ad acquistare il Tuo 2% ad una cifra di molto superiore al suo valore.
Queste sono solo alcuni dei riflessi di una quota assolutamente minima ma importantissima.
Di contro, va detto che se Tu pensi di vivere con i soli profitti dati dalla Tua quota, allora è evidente che tutto questo non funziona. Non so come avete pensato di pagarVi, ma se per caso Vi deste uno stipendio per il Vostro lavoro in società, allora questa soluzione potrebbe essere ideale, come anche se Tu fossi socio ma svolgessi un altro lavoro esterno alla società.
Ciao
Pubblicato da consulente alle 23:08
giovedì 23 aprile 2009
CONSENSO
Luisella B. Mantova
Gentile Dottore,
sarò rapidissima. Desidererei sapere da Lei una sua interpretazione di cos'è il consenso. Ho partecipato ad un corso formativo pagato dall'azienda in cui opero ed in questo corso, tra altre cose, si è parlato di consenso e di come ottenerlo. Ma, mi creda, erano più lunghi i tioli dei paragrafi che i concetti espressi. Tra l'altro il formatore era piuttosto imbarazzato su questo tema e ad una precisa domanda, quella che pongo a lei, ha tergiversato e poi ha chiesto a noi cosa pensavamo fosse il consenso. Le pare giusto?
La ringrazio se potrà darmi, anche in pochissime parole, la definizione di consenso.
Certo cara Luisella che posso darTi in poche parole la definizione di consenso. Uso un concetto che non è mio ma di uno studioso americano di cui purtroppo non ricordo il nome. Questi definiva il consenso e sopratutto la sua ricerca, come un viaggio da affrontare in gruppo. Se vogliamo ampliare il tutto, diciamo che si potrebbe vedere il consenso come un gruppo di amici che decide di recarsi in un posto magari non conosciuto.
Ognuno si preparerà a proprio modo. Farà la valigia e metterà dentro ciò che riterrà possa servirgli. Si avranno quindi diverse valigie con differenti cose contenute. Esattamente come i componenti del gruppo ed i relativi modi di pensare e di agire.
All'inizio ognuno ha convinzioni diverse e probabili idee su come viaggiare al meglio e raggiungere la meta. Ma un viaggio in gruppo va organizzato, programmando bene le tappe per raggiungere poi la metà tutti assieme.
Quindi, dopo averne parlato e sentito i pareri di tutti, l'organizzatore (c'è sempre un capo branco voluto dal gruppo) deve iniziare a prendere spunti da ognuno per arrivare a far si che il gruppo raggiunga un accordo su come viaggiare per arrivare alla meta. Fatto questo, ogni componente sarà portato a seguire le linee guida per sostenere l'accordo.
Successivamente all'aver deciso dove andare; si dovrà decidere cosa portare con sé, quale percorso fare e come affrontare gli eventuali problemi. Magari qualche valigia (modo di pensare o di affrontare i problemi) andrà aperta e qualcosa andrà tolto o aggiunto in modo che ciò che si porta sia utile a tutti.
Per affrontare i problemi è necessario che il gruppo sia unito e quindi ecco che il gruppo deve anche conoscersi.
Credo che il modo migliore per gestire un gruppo nel suo viaggio, ottenendo il consenso sugli obiettivi da raggiungere, sia quello di concentrarsi sempre sui punti di forza dei vari componenti e del gruppo nell'insieme, dimenticandosi dei punti di debolezza. Se invece si decidesse di intervenire sulle debolezze e sui conflitti cercando di eliminarli, molto probabilmente non ci si riuscirebbe ed il gruppo non funzionerebbe. Nel nostro caso, non partirebbe o comunque non arriverebbe a nessuna meta.
Mi hai chiesto una risposta in poche parole e Ti ho accontentata. Se vuoi saperne di più, dimmelo.
Ciao
Pubblicato da consulente alle 00:36
domenica 19 aprile 2009
LIMITE DELLA COMUNICAZIONE
Marco (loc. n.c.)
Vi ringrazio di aver inserito in rete il vostro sito che permette penso a molta gente di farsi un idea di un mondo che forse non gli appartiene ma che appassiona. Credo inoltre che davvero molti giovani, tra cui io mi inserisco ancora, possano veramente imparare cose che nessuna università insegna.
Vengo al punto. Io, per motivi di lavoro, giro il mondo. Capirete che proprio per questo devo necessariamente avere una certa apertura mentale ed una buona capacità di dialogo o comunicazione. Pur tuttavia mi trovo alcune volte nell'assoluta incapacità di interagire con le persone perchè non riusciamo a capirci. Vi sono popoli che, per loro cultura, sono piuttosto chiusi e non permettono aperture. Altri, con cui io cerco di spiegarmi, comprendendo però che quanto dico è poco capito. Perchè vi sono questi limiti?
Forse sto facendo una domanda pleonastica, ma vorrei proprio avere un vostro parere a cui tengo. Grazie
Egregio Marco,
Lei ha già detto grosso modo tutto quanto c'era da dire. Ogni popolo ha culture differenti ed esperienze che sono alla base delle conoscenze e che permettono poi di confrontarsi con altri.
Ogni persona porta con sé i limiti delle proprie conoscenze. Di fatto ognuno di noi riesce a comprendere ciò di cui può dare una spiegazione. Questo limite frena o blocca ogni altra nostra capacità. Noi, riusciamo ad comprendere mentalmente ciò che la mente riesce ad interpretare. E la mente interpreta (traduce in immagini) solo ciò che conosce o che ha già sperimentato. Se qualcosa non è nella nostra enciclopedia mentale, difficilmente riusciremo a capirla.
La comunicazione ha dei limiti che vanno al di là della ns. volontà. Vi sono molti esempi per spiegare questo. Io Le faccio quello più banale. La neve. E per farlo potrei rimanere vicino a noi. Vi sono paesi del nostro sud in cui raramente cade un fiocco di neve e magari una intera generazione non l'ha mai vista, così come non ha mai visto, magari, la nebbia. Provi a spiegare esattamente cos'è la neve e avrà difficioltà. Proviamo ora ad andare più in là e pensiamo di trovarci in una nazione africana, magari nel deserto. Se ci trovassimo a voler spiegare ad un abitante del luogo cos'è la neve, probabilmente ci starebbe a sentire ma non riuscirebbe mai a comprendere. Non avendola mai vista ne toccata, non esiste per lui esperienza diretta che sia stata archiviata nell'enciclopedia mentale. La neve, per lui, è una parola sconosciuta. Potremmo star lì a sgolarci delle ore ma se nella sua esperienza non c'è nulla a cui possa comparare questa cosa che è la neve, non capirà.
Quando Lei trova dei limiti, comunicando con le persone di esperienze diverse, di fatto si trova nella situazione che Le ho sopra scritto. Certamente ciò che per Lei è ovvio non lo è per chi magari Le sta di fronte. Le Sue esperienze non sono quelle dei suoi interlocutori e quindi c'è poca o nulla possibilità che questi comprendano quanto Lei sta dicendo. Sono queste conoscenze che abbiamo maturato che ci aiutano a formare il senso dei messaggi. Ignorare i limiti dell'esperienza che produce conoscenza porta a difficoltà notevoli.
Occorre quindi, in situazioni in cui si comprende che chi ci ascolta non capisce, fare differenti esempi portando a far si che la persona riesca a collegare quanto diciamo ad esperienze da essa vissute.
Cordiali saluti
Pubblicato da consulente alle 23:13
mercoledì 15 aprile 2009
MEETING SHOW
n.n. Milano
Scusate se non mi firmo ma preferisco, per tanti motivi, l'anonimato.
Ho partecipato ad un corso formativo tenuto da un formatore che vanno per la maggiore. Grande numero di partecipanti, aula a teatro. Il formatore sul palco. Grande entusiasmo e finale con musica e ballo a ritmo. Euforia, grandi pacche sulle spalle tra i partecipanti, forte consenso e sorrisi a dentiere visibili. Eppure, calato il sipario mi sono ritrovato a fare qualche riflessione e come me chissà quanti altri.
Abbiamo partecipato ad un corso o ad uno show? C'è stato insegnato? Personalmente rivedendo il tutto ho forti dubbi anche perchè passato l'entusiasmo, non mi è rimasto nulla.
Cosa è accaduto?
Caro n.n.
Presumo Tu sia un manager a cui sono indirizzati questi corsi. E credo pure di riconoscere il formatore di cui parli. Non mi stupisco di quanto mi racconti. Grandi sale; centinaia di partecipanti, entusiasmo, battute di mano a ritmo, ed il leader che, sul palco, parla.
Non mi stupisco di questo, mi stupisco di chi partecipa spendendo un sacco di soldi pensando di imparare qualcosa. Questo è teatro; show, quasi cabaret in cui, chi parla, pensa alla parte, pensa a fare bella figura; pensa a piacere ed a raccogliere entusiasmatici applausi da chi, scusami, non capisce proprio nulla di formazione e quindi non potrà nemmeno trovare giovamento.
Vedi, n.n., scrivere un paio di libri e venderli non significa proprio nulla. I libri si leggono anche per curiosità e poi magari si buttano per delusione. La vendita dice solo che qualcuno l'ha comperato e non che sia servito allo scopo. Se da questa fama si passa a seminari e i partecipanti non mancano, significa solo che c'è gente che è curiosa di sapere cosa viene detto. Stop.
Certamente non si impara in quel modo. Quel formatore lo sa benissimo (perchè se non lo sapesse sarebbe da ricovero) ma sa anche che il suo obiettivo è fare business per sé e quindi dà ai partecipanti ciò che i partecipanti stessi vogliono. Una persona che da un palco, parla, faccia show, che dica qualcosa di assolutamente condivisibile e che, alla fine, non ha chiesto loro, in aula, di impegnarsi mentalmente, è un leader che piace perchè non “rompe”.
Diciamo che fa dei bei comizi, belle conferenze che i partecipanti, alla fine, condividono. Parte di quei partecipanti pensano che condividendo ciò che lui ha detto, si impari a far qualcosa. Nulla di più errato.
Quella a cui hai partecipato e che, alla fine, Ti ha creato dubbi facendoTi aprire gli occhi, è una conferenza. Ad una conferenza ci si va per ascoltare un oratore non per imparare qualcosa.
Se si vuole insegnare a come fare business, questo è un bell'esempio. Il conferenziere, parlando ad un gruppo molto grande che ha pagato fior di soldi, ha dimostrato come si possa fare affari.
Per carità, nulla di disonesto, assolutamente. Tutto è regolare. Viene lanciata un'occasione di incontro per spiegare come agire in certe situazioni e se tanti manager accorrono ad ascoltare, non è problema di chi parla. Nessuno si impegna a garantire che i partecipanti usciranno dalla sala formati a gestire il loro futuro, quindi se all'uscita tutti hanno capito ciò che è stato detto ma non sapranno mai mettere in atto le strategie, è problema loro.
Credo però che queste situazioni se le vadano a cercare i partecipanti. Basta un nome con un alone di fama e subito si idolatra la persona. I guru spuntano come funghi in ogni settore ma se dopo poco vien detto di farne un elenco, nessuno si ricorda di ciò che hanno fatto o dei loro nomi. Come è possibile pensare in qualche ora, stando in una sala con altre centinaia di persone a sentire un tizio che da un palco parla; come è possibile dicevo, pensare di imparare qualcosa? Ascolto = dimentico. Faccio = imparo. Se non si è coinvolti direttamente non si impara un bel niente, La differenza è che la formazione prevede fatica ed impegno personale, anche psicologicamente duro e questo non è mai gradito. A nessuno, se non preparato, piace mettersi in discussione davanti ad altri. Partecipare invece ad una conferenza in cui non ci si deve scoprire e nulla viene chiesto, è molto facile. Ed il paradosso del partecipante sta proprio nel fatto che meno è coinvolto, meno impara, ma meno è coinvolto e più è contento di aver partecipato, convinto d'aver imparato.
Se la gente vuole questo, la gente trova senz'altro qualcuno che la accontenti. Se poi, per essere accontentata è pure disposta a pagare, che colpa ne ha il leader pseudo formatore che tiene la conferenza?
Ciao
Pubblicato da consulente alle 23:10