martedì 14 luglio 2009

SBAGLIARE SEMPRE

Ferruccio B. Firenze

Sbaglio sempre. Qualunque cosa faccia, sbaglio. Non so perchè ma è ormai certo. Mi pare di essere quel famoso personaggio pessimista che vede sempre nero. Se credo in qualcosa è sbagliata. Se penso di fare, è già stato fatto; se faccio, sbaglio. Ma c'è un modo per fare bene e cercare di non sbagliare?
Cosa ne dice lei? Io la leggo sempre perchè dice sempre cose giuste. Vorrei tanto che mi aiutasse. Grazie

Caro Ferruccio,
peccato che Tu non dica la Tua età e cosa fai nella vita. Avrei avuto un seppur piccolo ritratto di Te.
Vediamo. E' difficile dire cosa va fatto o non va fatto per non sbagliare. Non ci sono regole che possano funzionare per tutti anche perchè ognuno tenderebbe sempre ad aggiustarsele su misura. Posso semmai dirTi una regola che io ho sempre cercato di seguire. Per me ha sempre funzionato, magari potrebbe aiutare Te.
Ho sempre cercato, ad esempio, di non seguire le tendenze. Può darsi sia stato il mio carattere, certamente un po' ribelle, certamente disposto a dire “no” per avere poi la soddisfazione di cercare una soluzione alternativa e quindi essere molto più utile e collaborativo. Sta di fatto che mi sono sempre comportato in modo istintivo per arrivare paradossalmente ad essere più contributivo. Tutti andavano in una direzione? Sorridevo. Mi sembravano caproni. Tutti seguivano una moda o un pensiero culturale in auge? A mio modo di vedere costoro erano privi di qualunque senso critico; superficiali. “Andiamo dalla parte ove van tutti, così non sbagliamo” Ecco, questo pensiero, questo atteggiamento classico del gruppo, non mi pareva utile. Mi rendeva piuttosto diffidente. Per me la logica era ed è che quando tutti si muovono in una direzione significa che quell'idea che ha indirizzato e guidato quel movimento è già nella fase di esaurimento. I primi, solo i primi possono essere salvati. Coloro che avevano avuto l'idea iniziale possono essere definiti “creativi” perche, all'inizio, avranno dovuto per forza superare ostacoli per portare avanti la loro idea, magari combattendo l'incomprensione della massa che poi, man mano che quell'idea risultava vincente, si aggregava. Una volta fatto questo, quando l'idea era ormai un movimento consolidato, si univano tutti gli altri. Ad esempio i conformisti e quelli che, per muoversi, hanno bisogno di sapere di andare dalla parte delle certezze sicure.
Ma vedi Ferruccio,quando accade questo, stai pur certo che c'è già senza dubbio qualcuno che si sta muovendo in altra direzione, lanciando un'altra idea, un'altra possibilità, un altro movimento. E questi sono coloro che, in quel momento hanno idee nuove e che iniziano a battersi contro il conformismo; quello stesso conformismo che i primi del precedente movimento, paradossalmente, avevano voluto superare ed annullare finendone poi essi stessi dentro come in una grande macina.
Mi sembra da ciò che scrivi, che Tu oggi sia colui che, nel dubbio di sbagliare segua l'onda. Vada cioè nella direzione della massa, pensando che se ci van tutti vuol dire che è giusto così. Ma, come ho detto, quando la massa va in una direzione, ormai i giochi son fatti
La titubanza, la paura di apparire diversi porta quasi sempre a seguire gli altri. Non importa cosa facciano ne il pensiero che seguono. Se lo hanno gli altri, si può fare. E niente si faceva prima e niente si farà dopo. Poi, ci si ferma, si cerca di guardare il risultato ottenuto e ci si accorge, come fai Tu, che non si è fatto nulla o, se si è fatto, si sono fatti errori.
Mi sembra che qualcuno o più di uno abbia detto, ad esempio, che la moda va fatta e non seguita perchè chi la segue è già fuori moda. Ecco, questo concetto è perfettamente calzante con quanto ho scritto. Quando tutti vestono seguendo la moda del momento, quella stessa moda non è più “la moda”, ovvero qualcosa di nuovo da sfoggiare prima degli altri. Colui a cui far riferimento è l'innovatore, l'ideatore, il creatore, non tanto coloro che lo seguono pedissequamente solo perchè così va fatto. Certamente, quando una moda viene lanciata, il creatore sta già lavorando al dopo, a creare ciò che sarà il futuro.
Nell'ambito del lavoro (anche se Tu non mi chiedi espressamente questo) essere alternativo significa non prendere per oro colato e seguire le istruzioni o i movimenti alla lettera. Occorre invece cercare di trovare in queste istruzioni o movimenti alcuni punti da sviluppare e che permettano di andare oltre; di migliorare, di scovare nuove soluzioni o scoperte, pur operando con le stesse regole. Non c'è nulla che debba e si possa fare in un solo modo. C'è sempre un'alternativa ad una soluzione. Ebbene, sii creativo. Preso atto di un movimento, di un'idea, di un concetto, cerca un modo diverso per andare oltre e per sviluppare quello stesso metodo con altra forma, aggiungendo qualcosa di nuovo a cui altri non hanno pensato.
Nei gruppi di lavoro, la massa segue gli orientamenti e le richieste che ad essa giungono senza sapere che questa tecnica porta poco. Nelle organizzazioni servono coloro che intuiscono e poi sviluppino nuovi metodi, nuovi mercati, nuove idee commerciali, prima degli altri. Chi segue....
Non so, Ferruccio, se posso esserTi stato utile. Ti ho dato solo una delle mie poche regole di vita che poi adattare al lavoro.
Se ne vuoi ancora, scrivimi.
Ciao

domenica 12 luglio 2009

VENDITA PROPRIETA'

Angelo (loc. n.c.)

Causa raggiunti limiti di età (84) sono costretto a vendere il ”mio” campeggio, figlio di tanti anni di sacrifici, sono a chiedervi informazioni x ciò che riguarda gli obblighi fiscali in caso di vendita. Premesso che il terreno 20.000 mq. appartiene al 50% alla mia signora e l’altra a me, negli anni sono stati edificati un caseggiato adibito a sala bar, servizi igienici, più altri 2 gruppi servizi + docce x uso estivo.
Vi chiedo quali tasse devo pagare in caso di vendita? Posso considerare la vendita da privato a privato?
Devo considerare tutto questo impresa? Ho ricevuto informazioni diverse tipo: lei è impresa , accatastamento D8(che significa?), quindi calcolo plusvalenze etc…= su valore richiesto 450.000.00€, tasse x 150.000.00€ circa, in quanto l’impresa (io) ha un valore basso, poichè non ci sono state spese documentate negli anni x lavori di manutenzione etc. (li ho fatti tutti io!!!) Chi mi può aiutare?
Grazie

Egregio Sig. Angelo,
purtroppo, e me ne spiace, non sono io che può aiutarLa. Lei probabilmente non mi ha mai letto e non sa che quanto Lei chiede non è di nostra competenza, per cui preferisco sempre demandare a chi può dare risposte giuste.
Mi pare però che il Suo caso non sia poi così difficile. Lei vuol vendere, arrivato ad un'età in cui è più corretto riposare facendo altro, che non proseguire il lavoro. Se vuol vendere, come dice, non c'è Santo che tenga. Deve andare da un buon Commercialista e seguire le norme. Non badi a risparmiare sulla scelta del Professionista. Cerchi un Commercialista che sia conosciuto e che lavori bene. Si affidi a lui. Per quanto possa saperne, ciò che Le è stato già detto è giusto. Se negli anni Lei ha svolto lavori per migliorare il tutto, ma lo ha fatto di persona e quindi senza alcun documento che comprovi le spese fatte, purtroppo non c'è nulla da fare. Deve accettarlo, ma pensi però che avendo fatto Lei quei lavori, ha comunque migliorato il tutto portandolo oggi ad un valore che altrimenti non avrebbe e che, se avesse fatto svolgere i lavori da un'impresa avrebbe sborsato danari che invece non ha sborsato. Insomma, una cosa aiuta l'altra.
Mi auguro che qualcosa abbia accantonato in questi anni. Ha fatto un lavoro che, per quanto capisco, è stata una passione e quindi, venda serenamente secondo le regole. Semmai ci fosse una possibilità di risparmiare qualcosa sulla vendita, un buon Commercialista glielo dirà.
Tanti cari auguri per il Suo futuro.

giovedì 9 luglio 2009

VENDERE DA DIETRO IL BANCO 4

Anna B. Loc. n.c.

Sono sempre Anna, la prima e unica (si fa per dire) che ha chiesto aiuti e suggerimenti e che poi è stata copiata da Francy che si è intromesso. Ma va bene ugualmente!
Ho letto quanto Lei ha risposto a Francy perchè ovviamente fa lo stesso mio lavoro, ha le stesse necessità e le sue richieste servono anche a me, come penso le mie serviranno a lui. Ma dove abita questo Francy? Magari è un bel ragazzo!
Scherzi a parte, sto diventando assetata di Suoi nuovi suggerimenti. Se le fa piacere e penso che gliene faccia, sappia che sto divenendo davvero brava e il mio capo se n'è accorto. Questo mi rende orgogliosa ed è giusto che Lei lo sappia. Le scrivo perchè, nel negozio non sono la sola commessa. Ho tre colleghi, due donne ed un maschietto. Sembra quasi che inizino a guardarmi storto perchè mi sto dando un gran da fare e questo pone loro in una condizione di inferiorità. Io vedo però che loro portano avanti il lavoro come un qualcosa che devono per forza fare e quindi non sono brillanti. Li vedo. Tutto è un peso. Sono amorfi. Stanchi. Non hanno un po' di brio, eppure ci vorrebbe poco. Io vorrei, se potessi, essere anche creativa, trovare nuove soluzioni, sentirmi eccitata. Perchè loro sono così apatici?

Cara Anna,
noto con piacere che hai visto d'avere un concorrente: Francy. Fa il Tuo stesso lavoro ed ha chiesto aiuto. Ma non preoccuparTi. Ciò che ho detto a lui funziona perfettamente anche per Te così come quanto dirò oggi a Te, servirà a lui. Ma per carità non mettetemi di mezzo in una situazione di gelosia. Ho risposte per tutti. In quanto a dove abita e se è bello non Te lo posso dire perchè non ne ho la più pallida idea. Per queste cose dovete rivolgersi ad altri blog.
Detto questo veniamo ai nuovi spunti che mi dai. Mi avevi già accennato in passato alla condizione di chi lavora con Te ed oggi confermi il loro atteggiamento piuttosto apatico che sta venendo fuori alla grande nel momento in cui Tu sei partita a razzo.
In un gruppo, vedere un componente che si stacca, non fa mai piacere. Se tutti sono alla pari, anche verso il basso, nessuno fa brutta figura. Se uno inizia ad eccellere, pone gli altri nella condizione di dimostrare che non sono poi così bravi. Ed è quello che sta accadendo da Voi.
Prendo spunto dal Tuo voler essere più creativa per alcune considerazioni che probabilmente coinvolgono i Tuoi colleghi.
La creatività dietro il banco.
Si può essere creativi facendo i commessi? Certamente si, eccome! Ogni lavoro permette di esprimere la propria creatività ed il Tuo non è da meno.
Tu, dicendomi del comportamento dei Tuoi colleghi mi confermi che troppo spesso la vendita è fatta da monosillabi: si, no. Il tal articolo c'è, quell'altro non c'è. Stop, tutto qui. Al massimo, segue la domanda: “serve altro? “
Cosa d'altro deve servire al cliente che, ad una prima richiesta si sente dire un bel no? Infatti la risposta solitamente è “ no, grazie, volevo proprio quell'articolo” . Trattativa terminata; cliente che se ne va.
Questi atteggiamenti deprimenti sono piuttosto abituali tanto che il commesso finisce per farsene un atteggiamento mentale prefissato. Si usano questi schemi secchi e negativi quando non c'è esperienza, quando non c'è volontà, voglia e quando c'è stanchezza in un ruolo che non piace. Si usano questi comportamenti per pigrizia, per comodità (meno parlo e meno perdo tempo), per non crearsi problemi, per menefreghismo, perchè il cliente viene visto come uno che viene a rompere; per non trovarsi addosso ulteriore lavoro, per non dover tirar fuori e rimettere a posto altri prodotti.
In pratica, “perchè non si sta facendo il mestiere adatto.
Partiamo dal principio che il commesso diventa od è creativo quando il lavoro che svolge gli piace ed usa la creatività al fine di migliorarsi e trovare stimoli nuovi o vie nuove che lo portino a soddisfare sempre più i clienti.
La creatività, nella mansione di commesso/a è possibile dimostrando al cliente la disponibilità a dargli una mano. E' possibile, ad esempio, anche trovando soluzioni alternative che soddisfino il clienti e conducano il commesso all'obiettivo della vendita. E' possibile inoltre essere creativi prendendo spunto dalla richiesta del cliente per proporre prodotti da abbinare. Questi sono solo alcuni esempi ma ne potremmo fare altri.
Tendenzialmente il commesso che non ama molto il proprio lavoro lo si nota dal modo di essere scostante come anche, paradossalmente, dal dare al cliente ciò che chiede, accontentandolo, perchè così non ci saranno problemi. Il cliente voleva quell'articolo ed il commesso glielo dà. Magari dentro di sé sa bene che quell'articolo non è il migliore, ma chi se ne frega. Quello voleva e quello gli ha dato.
Male, molto male.
Se in un punto vendita esistono commessi, il cliente desidera da loro pareri, suggerimenti e dritte. Insomma, desidera anche essere aiutato nella scelta.
Il cliente chiede un prodotto perchè ritiene che possa andar bene, ma spesso non è un esperto ed un parere di chi se ne intende è sempre gradito. Se questo parere non c'è, il rapporto commesso/cliente non funziona.
Un buon commesso creativo può ad esempio accennare al fatto che, al di là di quello che si vede, non tutti i prodotti sono uguali. Oltre al prezzo, è meglio quello piuttosto che quell'altro. Che, ad esempio, se fosse lui ad acquistare, si indirizzerebbe su quell'altro ancora.
Non dimenticarTi mai Anna che il cliente desidera essere considerato ed un parere personalizzato lo farà sentire più importante e Tu, sarai valutata come un'addetta in gamba.
Vuoi il solito pensiero da scrivere e tenere a mente? Eccolo.
“RicordaTi sempre che la garanzia di una commessa vale molto più di una garanzia ufficiale della Casa. La prima è personale, la seconda vale per tutti”
Cerca quindi di essere sempre più creativa nel lavoro. Sviluppa idee, suggerimenti, atteggiamenti che possano essere ritenuti d'aiuto. Il cliente Te ne sarà grato sempre.
Ciao.

martedì 7 luglio 2009

CASSA INTEGRAZIONE

Simone Umbria

Buongiorno , mi chiamo Simone ho 35 anni e lavoro da otto anni in una azienda, ccnl metalmeccanica industria, di 30 operai con contratto a tempo indeterminato. In questi periodi di crisi ci hanno messo in cassa integrazione guadagni ordinaria per mancanza lavoro, ma prima ci hanno fatto consumare tutte le ferie dicendo che senno’ non potevano richiederla, e’ giusto? Non chiudendo del tutto hanno fatto lavorare sempre le stesse persone che quindi hanno ferie e non fanno c.i g. e’ giusto? Quanta c.i.g. si deve fare prima di essere licenziati? Non avendo i sindacati in azienda forse fanno come vogliono; vi sarei grato se mi risponderete. Grazie
Simone

Caro Simone,
questo nostro blog, anche se Tu non ne sei al corrente, è specifico per aiuti su altri settori.
Il servizio di aiuto che diamo è sempre essenzialmente impostato su marketing,, commerciale, formazione , motivazione e tanto altro, ma tra questi non c'è quello che Tu chiedi.
Io preferisco sempre non entrare nell'ambito delle problematiche relative ai problemi contrattuali o sindacali in quanto spesso, al di là dei contratti nazionali ci sono tante e tali interpretazioni o accordi locali che intercorrono tra aziende e sindacati che, una risposta data potrebbe indirizzare su una strada non giusta.
Quindi, anche se magari sappiamo o so come avvengono le cose, preferisco guidarVi verso altre fonti. Internet non sempre può essere d'aiuto perchè i casi sono sempre troppo pieni di sfumature e quindi diversi uno dall'altro.
Personalmente ritengo che il Tuo sia materia autentica del Sindacato locale. Qualunque Sindacato (o un Patronato) potrà analizzare quanto chiedi, secondo le logiche ed anche, paradossalmente, le abitudini con cui si agisce nella Tua zona.
Credo che l'azienda abbia comunque agito nel giusto ma, come ripeto, meglio che Tu prenda un'ora del Tuo tempo per andare a far visita ad uno o due Sindacati di zona. Non importa se sei o non sei iscritto. Ad un lavoratore la risposta va data.
A titolo di pura curiosità Ti dirò comunque che i Sindacati, anche se rifiutano di ammetterlo e probabilmente non sarà neppure il caso della Tua azienda, hanno sempre a cuore gli interessi delle masse e quindi delle aziende che hanno una forza lavoro di centinaia di persone. Un'azienda di 30 operai, vale sindacalmente ben poco (anche, se ripeto, non lo ammettono), per cui se qualcuno deve soffrire, pazienza.
Tornando al Tuo caso, quando sei stato assunto avrebbe dovuto esserTi dato copia del contratto di lavoro. Su quel libretto, nel paragrafo relativo alla cassa integrazione guadagni dovresTi trovare la risposta.
Infine, se non vuoi rivolgerTi ad un Sindacato, puoi chiedere ad altri operai che magari conosci e che sono passati per la stessa strada in altre aziende.
Se anche vuoi, vai in una libreria della Tua città in cui Tu possa sfogliare i libri. Nel reparto “contrattualistica” troverai anche quello che Ti interessa. Al capitolo “cassa integrazione” potrai leggere se si è agito nel giusto.
Circa l'aver fatto lavorare le stesse persone occorre dire che le problematiche delle scelte a volte sono incomprensibili ma spesso anche motivazionalmente valide. Possono, ad esempio, essere state scelte persone con forte esperienza e che quindi possono far proseguire il lavoro anche in assenza di un maggior numero di operai. Forse, mettendo in cassa integrazione loro, il poco lavoro rimasto ne avrebbe sofferto ancor di più. Un'altra ipotesi "cattiva" ma Te la dico perchè va fatta una riflessione anche su questo, forse sono stati messi in cassa integrazione gli operai che meno interessano sia per compiti svolti o per qualità del lavoro. Se così fosse per l'azienda, mentre Tu sei sicuro della qualità del Tuo operato, potresTi iniziare a guardarTi attorno, non trovi?.
Infine, non importa che in azienda ci siano i Sindacati o meno. Esistono i contratti che possono sempre essere impugnati e, per le informazioni, come ho detto, qualunque Sindacato può risponderTi in un attimo.
Ovviamente, anche un Commercialista o un Avvocato del lavoro possono farlo, ma in questo caso con i relativi costi.
Non avrai comunque problemi a trovare risposta. Pensa un attimo chi può saperlo o che strada fare e poi, via!
Ciao ed in bocca al lupo!

domenica 5 luglio 2009

E' UTILE L'ESPERIENZA ?

Maurizia B. (loc. n.c.)

Desidero complimentarmi con Voi per le innumerevoli risposte che date e che sono sempre estremamente chiare e utili.
Da un po' di tempo ho un dubbio che m'assale e sarei davvero molto felice se Voi poteste darmi risposta. Il mio quesito è: è utile l'esperienza? Cioè, siamo sicuri che serva? Chiedo questo perchè ho spesso discussioni col mio fidanzato che svolge un lavoro analogo al mio. Io dico che è sempre comunque utile e lui non ne è sicuro, anche se non sa spiegarsi il perchè.
Posso avere un vostro parere? Grazie

Cara Maurizia,
sull'utilità dell'esperienza nell'ambito del lavoro e non, si è molto parlato, discusso e se ne parlerà ancora. Personalmente (ma non sono proprio il solo, anzi) ritengo che l'esperienza ci freghi. Sono stati effettuati studi in tal senso e nella branca della psicologia che se ne interessa, sono da tempo arrivati a questa conclusione. Il fatto è, cara Maurizia, che l'uomo è ormai abituato a non vedere facili le cose che in realtà lo sono. Sarà perchè se le cose sono ritenute facili e l'uomo le risolve, non può incensarsi nel dire d'aver superato un grosso ostacolo.
Noi tutti siamo abituati a risolvere problemi, non affrontandoli ed analizzandoli al momento in cui si presentano, ma affidandoci all'esperienza. Cosa vuol dire? Vuol dire che appena abbiamo un problema da risolvere andiamo a caccia nella nostra mente, di una situazione analoga a quella che stiamo vivendo, ripescando proprio dalla mente la soluzione usata in quel frangente. Ma, accidenti, se ci pensiamo, è evidente che la soluzione che abbiamo archiviato è relativa a quel momento ed a quella situazione. Invece, l'uomo pensa “ se era servita in quell'occasione per risolvere un problema, andrà bene anche adesso”.
Ed ecco l'errore! Non siamo più abituati ad analizzare la situazione del momento ma vogliamo sfruttare una soluzione “preconfezionata” che abbiamo archiviato nella nostra mente.
Chissà perchè, quando dovrebbe venirci in aiuto un famoso detto, non ne prendiamo atto. Si dice che “l'esperienza è la somma dei nostri errori”. Allora, tanto più andremo a ripescare nella memoria soluzioni messe in atto in altri momenti, tanto più ci ritroveremo a ripescare un errore fatto.
Ma tant'è. Sappiamo che non dovremmo farlo ma ci cadiamo sempre o quasi. Ovviamente ciò avviene per pigrizia mentale, ritenendo che in questo modo si possa essere più rapidi nelle decisioni. Invece, con molti sforzi dovremmo adottare quelle soluzioni che riteniamo ideali, al momento attuale che, ovviamente, non è e non può essere quello stesso identico momento di allora.
Vi saranno indubbiamente migliaia di variazioni. La persona (se di persona si tratta) il cliente, il momento, il tempo, noi stessi, il prodotto, la situazione, l'ambiente. Queste e tante altre cose che variano continuamente da momento a momento e che fanno si che la soluzione ripescata non potrà mai essere quella giusta.
Questo nostro voler adattare alla realtà odierna sarà responsabile delle difficoltà che incontreremo.
Faremo una fatica enorme a venir fuori da una situazione che poteva essere facile ma che abbiamo fatto di tutto per renderla difficile.

venerdì 3 luglio 2009

MANAGER

Pierfilippo (Mestre)

Buongiorno.
Sono un operaio di ventitré anni. Non credo di essere ignorante nel senso che non faccio parte della schiera di operai nati dalla povertà e dalla necessità di andare in fabbrica come unico mezzo di sostentamento. Dopo l'istituto professionale ho scelto questa strada.
Vengo al problema o meglio al quesito. Nella nostra società è arrivato da pochi mesi un nuovo capo, un cosi detto manager. Probabilmente bravo ma ha un difetto. Viene spesso in reparto a guardare, controllare e a criticare. Critica tutto. Come sono messi gli strumenti, come gestiamo la merce, gli scarti, gli stock. Insomma critica tutto. Può anche andar bene perchè ognuno la vede alla sua maniera ma non va bene quando arriva a criticare il lavoro che facciamo e come lo facciamo. Quando parla e dice le cose relative al nostro lavoro si capisce che non ne capisce niente e questo fa arrabbiare noi che cerchiamo di fare il meglio e sappiamo, anche per esperienza, come lavorare. Abbiamo saputo dall'esterno che costui non è mai stato un capo produzione ma un amministrativo nelle esperienze precedenti e quindi non ha nemmeno la possibilità di ritenersi esperto.
E' giusto che faccia così? Perchè un manager che sarà pur bravo in altri settori non capisce che oltre a fare brutte figure, rompe a chi sta cercando di lavorare correttamente?
O sono io e i miei colleghi a capire che quello che avviene è giusto?
Grazie

Mio caro Pierfilippo,
ho poco da dirTi perchè hai espresso bene il problema e mi sembra che le risposte Te le sia date da solo. Essere manager significa ricoprire un ruolo (quello di Capo). Non necessariamente un Manager dev'essere una cima di intelligenza, di capacità, di esperto in rapporti umani e così via. Il Manager è un esperto in qualche cosa. Marketing, vendite, produzione, amministrazione o altro. Spesso esperto solo nella materia che segue e che dovrebbe vederlo capace. Fuori di questa, molte volte il Manager sa ben poco di altro. Certamente per divenire Manager qualcosa di buono avrà fatto, credimi, e probabilmente sarà pure un professionista coi fiocchi. Ciò non toglie che potrebbe essere un genio nel marketing ma non capire nulla o quasi di come si fa funzionare una linea produttiva.
L'errore, a volte, in qualche Manager, è di pensare che, essendo bravo in qualcosa, per concessione dello Spirito Santo, si è bravi in tutto. E questa non obiettività crea problemi al personale, all'azienda ma di riflesso, a lungo andare anche al Manager stesso che viene preso da delirio di omnipotenza.
Ciò che vivete in questo momento può probabilmente essere un caso simile. Arriva il nuovo Capo, e costui vuole dimostrare d'essere bravo. Se le sue esperienze sono sempre state amministrative (nelle aziende c'è il pallino che un Amministrativo sia in gamba per tutto) è chiaro che potrebbe non riuscire a vedere nel giusto modo le attività produttive. Il guaio sta solo nel non essere umile, venendo in reparto a chiedere come va il lavoro e semmai, facendo domande sul perchè una cosa viene fatta in un determinato modo piuttosto che in altro.
In altri termini, anche un non addetto alla Produzione può trovarsi a doversene interessare e, se è intelligente, prima cerca di capire come si lavora e perchè lo si fa in quel determinato modo, poi potrà cercare soluzioni per lui più idonee, suggerendole, ma mai imponendole.
Il comportamento che Tu dici lui tiene, dimostra la Sua insicurezza. Solitamente è proprio dell'insicuro l'alzar la voce; dare ordini perentori, essere autoritario e comunicare ad una via. In questo modo evita un eventuale dibattito in cui, proprio in quanto ignorante in materia, potrebbe sfigurare.
No, non è giusto che faccia così, ma chi glielo dice? Non so come funzioni la Vostra azienda e chi c'è sopra questa persona.
Difficile dirVi di dirlo a chi sta sopra di lui perchè si verrebbe a creare una situazione di tensione. Difficile pure dirVi di stare zitti perchè se avesTe voluto farlo non mi avresTi scritto.
Giusto non lo è, e forse la situazione attualmente migliore è di seguire le Sue indicazioni. Se davvero sono sbagliate, prima o poi qualcosa succederà. Qualcuno si accorgerà del cambiamento e Vi chiederà il motivo. Starà in quella precisa occasione che tutti, dico tutti, dovrete dire che avete seguito le indicazioni del Vostro nuovo Capo, anche non convinti.

martedì 30 giugno 2009

CORSI FORMAZIONE

Teresa D. Milano

Gentilissimi Signori,
leggo spesso il vostro spazio e trovo che sia molto interessante e d'aiuto. Da tempo vorrei chiedere una cosa. Non l'ho mai fatto perchè pensavo che prima o poi qualcun altro lo domandasse ma visto che così non è lo faccio io.
Cosa ne pensate dei corsi formativi? Servono a noi giovani per imparare o, visto che oltretutto costano, è meglio fare altro? Io ho dubbi in proposito e se posso dirlo credo d'aver imparato più a leggere e segnarmi le vostre risposte che non partecipare a tanti corsi.
Vi ringrazio e vi saluto. Resto in attesa della risposta.

Mia cara Teresa,
credo d'aver accennato o sviluppato più volte questo tema. Posso dire cosa ne penso perchè ne sono coinvolto direttamente e la risposta che Ti do potrà apparire, per taluni, shoccante.
I corsi formativi non servono assolutamente a nulla e non funzionano semplicemente perchè la gente ritiene di dover imparare “d'ufficio” solo per il fatto d'aver pagato una quota di partecipazione.
Come dire: “io pago ed il corso mi deve risolvere i problemi automaticamente. Quando il corso termina (di solito dopo poche sedute o addirittura dopo poche ore) io esco dalla sala e devo saper tutto.”
Fatta questa premessa piuttosto forte, veniamo ad una spiegazione.
Chi tiene un corso formativo, se è bravo, si accorge dopo pochissimo chi, tra i partecipanti, potrà trarne un beneficio e chi non capirà nulla. Ciò significa che è il comportamento e la disponibilità di ognuno che fa si che un corso sia davvero utile o no.
Invece, l'approccio, come scritto, è diverso. L'azienda che solitamente fa partecipare i dipendenti ad un corso, paga e, chissà per quale motivo, ritiene implicito che pagando, anche chi non è portato debba divenire genio. Poi, quando si accorge, nel tempo, che nulla è cambiato se non per pochissimi, ritiene d'aver buttato i soldi.
Parallelamente, anche i partecipanti singoli che magari pagano di tasca loro, proprio per quest'azione del “io pago” ritengono che, di contro, impareranno per forza. Quindi, con questo atteggiamento, entrano in sala, ascoltano e mentre ascoltano criticano. Qualunque cosa venga detta, anziché analizzarla profondamente per trarne una morale, la confrontano esclusivamente con un loro vissuto e con la loro esperienza, bocciando ogni cosa che non corrisponda a quanto loro hanno già in testa.
I corsi non sono più quindi formativi ma diventano un punto di confronto tra “quello che dice chi parla e quello che io so che davvero accade”.
Non si può imparare nulla per obbligo o perchè si paga. Si paga per avere il diritto di partecipare, non di imparare. E chi insegna non può certo inculcare con la forza i concetti nelle teste di chi non vuole impegnarsi. E' un po' come a scuola, cara Teresa. Ci si va perchè si deve ma non è che andandoci si impari. Si impara solo se si è attenti, se si studia, se si accettano le discussioni e se ci si impegna, Ecco perchè una parte degli studenti che “studia” veramente, trova beneficio ed una parte che ha pari opportunità di farlo, non impara niente. Quegli studenti che a fine anno vengono bocciati e si meravigliano e se la prendono coi professori, quasi sempre pensano che il loro dovere, andando a scuola, l'hanno fatto. Non vogliono capire che il loro dovere, per essere promossi, era di studiare.
Nei corsi, vale la stessa regola. Servono se chi partecipa ne ha voglia di apprendere e di migliorare. Non servono assolutamente a nulla se il partecipante entra in sala con l'idea che, avendo pagato, uscirà “laureato” senza fare alcuno sforzo.
Accenno inoltre brevemente alle colpe che anche le aziende hanno. Solitamente la preparazione di un corso formativo avviene in questo modo. Si convoca il formatore e gli si dice che si vuole dare l'opportunità ai propri dipendenti (venditori o impiegati o manager) di migliorare. Gli si da carta bianca per preparare il corso. Una volta costruito, durante una prima presentazione all'azienda, ecco le prime pressioni. Si inizia col “vorremmo che Lei premesse più su questo concetto” oppure “sarebbe opportuno che i partecipanti capissero che noi dobbiamo fare così”. Il formatore prende atto delle richieste dell'azienda ed inizia a correggere il corso. Poi, strada facendo, arrivano le ulteriori pressioni. “Occorrerebbe anche che quel punto relativo a quella cosa, venisse accettato.” o anche “Cerchi di fare in modo che accettino questa necessità aziendale” oppure “ciò che vale veramente è che il corso, alla fine, faccia comprendere che bisogna agire in questo modo”
Così, da una totale libertà d'azione spesso si arriva ad uno stravolgimento del corso stesso con un formatore che si rende conto di dover sostenere un meeting, non tanto per formare quanto per portare avanti un gretto discorso aziendale, convincendo su un particolare punto o una situazione.
Sui tempi? Si inizia con l'idea di un corso a più livelli da tenersi in tre giornate intere. Poi si riduce a due. Le pressioni per agire su un determinato punto o situazione fanno anche giungere l'azienda all'idea che due giornate siano fin troppo. Insomma, alla fine, si riuniscono i venditori o gli impiegati per qualche ora. Dell'idea originale e del corso non c'è più nulla, ma poco importa. L'azienda paga ed anche in questo caso , ritiene che sborsando euro, i dipendenti entreranno “normali” ed usciranno “geni”.
Suggerimento ai partecipanti: non si partecipa ad un corso pensando a ciò che l'azienda ha pagato. Non si partecipa nemmeno solo perchè il corso è stato programmato e si è stati invitati. Non si partecipa neppure se non si crede all'utilità. Parteciparvi è solo una perdita di tempo.
Si partecipa ad un corso se si ritiene che quanto verrà discusso può essere utile al proprio sviluppo professionale. E con questa finalità, si interviene. Si dovrà intervenire, discutere, interrompere, chiedere chiarimenti e sopratutto stare con la testa sugli argomenti. Insomma, dev'esser chiaro che non si impara solo perchè si partecipa ma si impara se si vuole.
Ora, sull'utilità o meno, devi riflettere Tu. Probabilmente anche Tu, magari per scarsa informazione, hai partecipato senza convinzione e non ne hai tratto benefici. Prova, semmai dovesse capitarTi, di partecipare pensando a quanto ho scritto. Poi, se vorrai, mi ridirai il Tuo pensiero.
Ciao
p.s. La parte relativa al comportamento aziendale esula dal contesto ed è stata da me scritta solo per dare una completezza d'informazione.