Buongiorno,
sono una signora che occupa il posto di preposto nella licenza di una gioielleria in quanto la titolare ha due negozi e non può fisicamente stare in tutti e due. Il rapporto di lavoro è iniziato con le migliori prerogative di un inquadramento in regola dal punto di vista retributivo, assicurativo e previdenziale ma, dai primi di dicembre ad oggi non è accaduto nulla e sono sempre stata retribuita in "nero" in quanto la stessa dice che economicamente non riesce a sopperire alla spesa. La titolare mi ha sempre riferito che, a suo dire, per la mia posizione non è previsto un inquadramento e che posso dare la mia prestazione senza essere messa i regola. Vista la mia mansione di responsabilità a 360° dell'attività anche e soprattutto derivante dal fatto che la mia posizione è stata obbligatoriamente avvallata dalla Questura competente (commercio di preziosi) sono cortesemente a richiederVi se la titolare ha l'obbligo di mettermi in regola oppure se ha ragione lei.
Vi ringrazio e Vi porgo i miei migliori saluti.
lettera firmata
Gentilissima Signora,
ho spesso e volontariamente deciso di non entrare nell'ambito degli aspetti sindacali e contributivi in quanto le norme variano e sono talmente contorte e da interpretare sempre, che ogni analisi può essere completamente stravolta da una successiva.
Poiché è mia cura dare suggerimenti o pareri, possibilmente evitando di darne errati, cerco di starne alla larga.
Ogni volta quindi, entro nel merito di quanto mi viene scritto, solo per valutarne la parte relativa ai rapporti personali. Così farò anche oggi. Tuttavia, una premessa: la Conferesercenti della Sua città può benissimo darle informazioni sulla posizione che Lei occupa e sulla eventuale irregolarità. Può poi informarsi anche sul sito www.conferesercenti.it ponendo una chiara domanda. La Confesercenti è la più adatta a darLe risposte sicure su queste problematiche, ovviamente.
Venendo al rapporto tra la Sua titolare e Lei, non vi è dubbio che una maggiore chiarezza iniziale ci sarebbe stata bene ma, spesso, le cose semplici sono le meno seguite. Se l'intenzione era quella di pagarla in nero, bastava che fosse detto subito anche perchè, se la situazione non aggrada, prima o poi Lei se ne andrà e la titolare rimarrà col problema di sostituirLa..
Può darsi che l'essere preposto valga come factotum del proprietario e quindi visto, sindacalmente, non espressamente come dipendente. Certo è comunque che, factotum, preposto o quant'altro, quando uno lavora dev'essere remunerato e se viene remunerato deve dichiarare ciò che percepisce. Se Lei non dichiarerà nulla, essendo pagata in nero, non sarà molto difficile scovarla come evasore ed in questo caso, i problemi li avrà Lei come la Sua titolare.
Stare tutto il giorno in un negozio sotto gli occhi di tutti, non rende invisibili. E' sufficiente una visita di un Ispettore del lavoro per far crollare questo imbroglio.
Ritengo che Lei debba:
informarsi via internet o presso la sede Conferesercenti della Sua città
parlarne serenamente e chiaramente alla Sua titolare, facendo presente tutti i guai a cui può andare incontro.
Strano che la Sua titolare si metta in simili condizioni; comunque, ognuno agisce come meglio crede. Certo è che se la Titolare dichiara di non farcela economicamente a sopportare la spesa di una assunzione con contributi..., forse occorrerebbe che Lei pensasse se davvero valga la pena di proseguire. Trovo strano, trattandosi di una gioielleria, che non si riesca nemmeno a trovar danaro per queste cose. Lei saprà come vano gli affari e può capire se la Titolare dice il vero o meno.
Sappia comunque che, semmai in futuro ci fossero difficoltà e Lei non ricevesse anche un solo mese di paga, non potrà sbandierare d'essere in credito perchè ammetterebbe pagamenti in nero.
Io, come Le ho scritto, chiarirei velocemente e, semmai avesse ragione la Sua titolare, rimarrei in quel negozio solo il tempo necessario per trovare un'altra occupazione.
Le auguro di risolvere il Suo problema.
Cordiali saluti.
giovedì 26 agosto 2010
ESSERE PREPOSTI
Pubblicato da consulente alle 00:27
mercoledì 28 luglio 2010
ORGOGLIO O INTELLIGENZA
Flavio M. (Marche)
Pensavo di non aver mai bisogno di voi anche se vi leggo sempre ma oggi ho capito che devo chiedervi un parere. Lavoro un una media azienda in qualità di impiegato. Ho 23 anni. Il fatto è questo. Io ho un capo che sinceramente capisce poco. E' al suo posto solo perchè è da una vita in azienda ed è amico del padrone ma di lavoro d'ufficio è zero.
Non ci sopportiamo molto anche perchè viene spesso ad intralciare facendo domande e cercando di far fare le cose come vorrebbe lui, anche se dopo viene fuori che è tutto sbagliato. Gli altri impiegati la pensano come me ma stanno zitti. Dicono che contento lui, contenti tutti.
Il problema è questo. Nei giorni scorsi mentre cercavo di portare a termine un problema non facile che coinvolgeva anche un buon cliente, mi si è avvicinato ed ha voluto sapere come procedeva la pratica. Gliela ho spiegata per bene pensando che mi dicesse bravo. Invece ha cominciato a scuotere la testa dicendo che non è così che si fa, che stavo sbagliando ecc.ecc..
Allora mi sono veramente arrabbiato. Ho preso la pratica e gliela ho buttata in faccia dicendo che se lui era più bravo, se la sbrigasse e che ero stufo di aver a che fare con un pirla.
Al momento la cosa si è fermata lì. Lui ha incassato poi ha preso la pratica e l'ha passata ad un altro. Da quel momento non mi ha più guardato ne parlato, come se fossi trasparente.
Ho saputo però da altri che sta cercando di trovare il modo per farmela pagare. Io, dopo lo sbotto, sono tornato al mio lavoro che svolgo bene tante è che il collega a cui è stata passata la pratica me l'ha ritornata perchè non riesce a venirne fuori e lo ha detto anche al capo che ha acconsentito.
Mi rendo conto che nella foga ho detto un pirla di troppo. Mi è scappato perchè veramente lo penso. Non è uscito per nulla, lo ammetto. Pirla è e pirla resta. Ora però entra in gioco l'orgoglio. Mi dicono che se vado a chiedere scusa del comportamento probabilmente tutto si aggiusta, ma il mio orgoglio me lo impedisce.
Secondo voi cosa devo fare?
Caro Flavio,
il Tuo è un caso piuttosto comune di rapporti tesi che finiscono per rompersi nel peggiore dei modi. Di chi sia la ragione poco importa. Quasi sempre, come si dice, la verità sta nel mezzo. Ognuno di Voi avrà motivo per accusare l'altro.
Occorre però vedere la cosa sotto un punto di vista che, spesso, tiro fuori. Questo lavoro Ti serve? Se puoi farne a meno, almeno momentaneamente, puoi usare il Tuo orgoglio e cercarTi un altro posto. Se non puoi permetterTelo, allora sarà meglio cambiare tattica. Che dici?
Io non dico che Tu debba buttare il Tuo orgoglio alle ortiche. Tientelo se vuoi. Solo che ora, in questa situazione, è più conveniente metterlo in un cassetto e tirar fuori l'intelligenza.
L'intelligenza dovrebbe farTi capire che hai comunque sbagliato sia come impiegato verso un superiore in una situazione di lavoro; sia da uomo a uomo. In entrambi i casi non si risolvono mai le controversie litigando, anche se la controparte può meritarselo. Le sensazioni personali, sul lavoro, vanno davvero accantonate. Sul lavoro si lavora. Se si è sottoposti ad altri, si devono accettare le disposizioni ed eventualmente, se non si concordano, se ne discute con estrema serenità. L'obiettivo dev'essere sempre quello di trovare un accordo giusto per l'azienda e per il proseguo. Invece, quasi sempre, si pensa a se stessi e ciò che dovrebbe essere collaborazione per raggiungere un fine, diventa una sfida a chi è più bravo.
Tacere e proseguire in un ambiente di lavoro in cui già al mattino, entrando, senti e vivi una tensione, porta solo danni a tutto l'ambiente. Pensare che sia lui a venire a chiederTi scusa, mi sembra un po' troppo. Quindi, credo....che debba esser Tu. Orgoglio in tasca ed intelligenza pronta.
Vai dal Tuo Capo. Chiedigli un colloquio sereno ed inizia dicendo che hai capito d'ave sbagliato con quel termine. Chiedi scusa e parti da quel punto per chiarire come vorresTi lavorare e come vorresTi sentirTi responsabile nel bene o nel male di ciò che fai.
Digli, sorridendo, che spesso lui interviene magari in modo per Te non consono e questo, sommato nel tempo, ha portato allo sbotto.
Fagli capire che non c'è nulla di personale ed allungagli la mano. Poi, alla fine, quando vai in ufficio, magari con lui o facendo in modo che senta, comunica ai Tuoi colleghi che hai chiesto scusa per il comportamento non corretto.
Che ne dici? Forse non va al 100% al Tuo orgoglio ma all'intelligenza va benissimo. Sono certo che ne sarà contenta!
Ciao.
Pubblicato da consulente alle 23:33
martedì 20 luglio 2010
CORSI VIA INTERNET
Franco (Sicilia)
Nei giorni scorsi ho visto un servizio televisivo in cui, in qualche modo, si faceva riferimento a corsi via internet per migliorare se stessi e per imparare molte cose. Dato che mi piacerebbe fare qualcosa anche perché in Sicilia c'è poco da fare ho cercato in internet qualcosa ed anche qualcuno che mi aiutasse a capire cosa seguire. Così mi siete capitati voi e con grande interesse ho iniziato a leggervi ed ho capito che potete essere coloro che possono darmi una mano nella scelta.
Cosa ne pensate di questi corsi? Farei bene a seguirli, acquistandoli o pagando? Come si fa?
Grazie
Caro Franco,
sarò molto breve nella risposta perchè ne ho già più volte parlato e voglio evitare di ripetermi troppo. Comunque, in archivio, troverai se vuoi, alcune risposte al caso.
Nell'ambito della vendita e degli acquisti, in un mondo in cui tutti vendono o comprano e tutti cercano di fare affari, anche il tentativo di vendere corsi formativi via internet, ci può stare. Del resto, se qualcuno vuole fare soldi ed ha un'idea, la mette in atto. Se poi trova qualcuno che è disposto ad acquistare...è riuscito nell'intento.
Il problema non sta in chi vende quanto in chi compra. Costui, infatti, crede o pretende per il fatto d'aver pagato, di imparare. In realtà non è così semplice. La sola cosa certa in questa transazione è che qualcuno offre qualcosa in vendita ed altri l'acquistano.
Un po' come quando si va a pesca. Si getta l'amo ma nessuno obbliga il pesce ad abboccare. Poi, se abbocca....tanto meglio.
Acquistare un corso formativo pensando, via internet, solo ascoltando o guardando qualcuno che parla, di imparare e migliorare è davvero un po' troppo.
Se Lei mi dicesse che è solo curioso di vedere cosa dicono, Lei direi che per curiosità può pure impegnare i Suoi soldi purchè non pretenda di più.
Del resto, se fosse così facile ed automatico imparare qualcosa sopratutto quando questo coinvolge aspetti emotivi e di miglioramento personali, perchè frequentare le scuole di ogni ordine e grado? Ci si comprerebbe un libro e basta.
Nulla si può imparare se non c'è uno scambio continuo e profondo tra chi insegna e chi segue, secondo lo schema di una comunicazione a due vie. L'approfondimento avviene proprio unendo le varie esperienze e discutendo di queste per allargare la conoscenza.
Le ho espresso la mia opinione. Ora Lei ovviamente può decidere di agire come crede. Se questi corsi non costano molto, nel senso che non deve fare sforzi o sacrifici per acquistarli ed è la curiosità, solo questa a spingerLa, lo faccia. Ma non si aspetti nulla di più ed un domani, quindi, non mugugni dicendo ad altri che qualcuno Le ha fatto buttar via soldi per niente.
La coerenza è sempre una bella dote.
Cordiali saluti
Pubblicato da consulente alle 23:32
venerdì 16 luglio 2010
TAGLI NEI BUDGET
Rossano C. Roma
Egregio Dottore,
so bene che quanto sto per chiederle non è motivo di lavoro ma leggendo sempre le risposte che lei dà e scoprendo in ognuna vere e proprie chicche di saggezza mi permetto di farle una domanda che esula, solo perchè mi interessa il suo parere.
Sarò contento se mi risponderà.
Ecco la domanda: secondo lei è giusto l'atteggiamento delle Regioni che rifiutano i tagli del Governo? Io credo che non siano stati fatti a caso e probabilmente, con un po' di buona volontà.....
Cordiali saluti
Caro Rossano,
questo blog di risposta a quesiti e problemi era nato per aiutare sopratutto i giovani ad entrare meglio nell'ambito del lavoro o comunque a superare problemi che l'inesperienza fa compiere.
Nel tempo però, malgrado le raccomandazioni che facevo, le lettere che ricevevamo contenevano sempre più spesso richieste personali che potevano essere collegate all'ambito lavorativo ma non sempre. Ho sempre pubblicato tutto quanto ritenevo fosse utile anche ad altri scartando, o meglio, rispondendo privatamente a molte lettere che contenevano domande come la Sua.
Oggi però, la Sua domanda, pur non essendo una richiesta di aiuto lavorativa permette di fare una riflessione ed un'associazione comportamentale che può benissimo essere trasbordata nell'ambito lavorativo.
Per questo motivo ho deciso che valeva la pena pubblicarla,
Le aziende, quelle di un certo livello con tanto di strutture, operano seguendo una disponibilità di spesa che è contenuta in budget che lo stesso Management ha costruito con largo anticipo sull'anno a cui si riferisce. Per chi fosse a digiuno di queste cose, dirò semplicemente che l'azienda si pone una domanda: “Quanto fattureremo il prossimo anno e gli anni a venire? Quanto venderemo ed a quali prezzi? Quali spese di marketing saranno necessarie per ottenere questi risultati? “.
Ovviamente le domande sono molte ed io Le ho semplificate e ridotte. Sta di fatto che a noi interessa quest'ultima: “quali spese di marketing saranno necessarie per ottenere questi risultati”.
Il Management inizia allora ad effettuare ogni possibile analisi di previsione sulle vendite, sulle quote da raggiungere, sui fatturati e, conseguentemente, su quanto serve (in pubblicità, promozioni ecc.ecc.) .per portare a casa ciò che l'azienda vuole.
Per farla breve, ammettiamo che l'anno a cui ci riferiamo si risolva proprio come il Management aveva previsto. Vendite buone a prezzi interessanti, costi ridotti o comunque stabili e previsti, e spese per raggiungere questi risultati perfettamente in linea con quanto previsto e dichiarato. Insomma, un buon anno.
Veniamo all'anno successivo. Diciamo che il mercato è stabile. Non dovrebbe cambiare molto.
Ma qui inizia ad entrare in circolo il “tarlo del manager” che, dopo un anno buono, vuol far tutto tranne che una brutta figura nel dichiarare una cosa e non vederla avverare.
Ed ecco allora che ci si para le spalle. Si inizia a dire che qualche aumento dei costi ci sarà inevitabilmente ed ecco che si inizia a lavorare ipotizzando che i concorrenti aumenteranno gli investimenti e quindi non basterà più quanto speso l'anno prima ma occorrerà di più. Così, le spese pianificate aumentano.
Non Le sto a fare la storia del terzo anno o del quarto. Tanto non cambia. Ogni anno le spese necessarie aumenteranno e questo porterà inevitabilmente ad una spirale che farà aumentare i prezzi per ottenere gli stessi margini.
Ad un manager si tagli ciò che si vuole ma non si tocchi mai il budget relativo alle spese del suo settore. Ognuno vede questo budget di spesa come la coperta di Linus. Il Manager sa benissimo che potrebbe spendere meno ma vuole avere la tranquillità e la sicurezza che se accade qualcosa, lui ha da parte quel che serve per riparare.
Devo dire che fin qui potrebbe pure andare bene, nel senso che ogni buon padre di famiglia cerca di accantonare qualcosa nel caso succedano imprevisti ed un Manager, in fondo, è come un padre.
Fin qui andrebbe bene se non fosse per un piccolo, piccolissimo inconveniente che sempre avviene verso la fine dell'anno, ipotizzando che quello aziendale abbia scadenza solare.
Cosa accade? Accade che stranamente le spese promozionali o pubblicitarie e quant'altro....aumentano. Il perchè è presto detto.
Una regola certamente non scritta ma sicuramente sempre valida nel Management è quella di “non terminare l'anno con soldi non spesi o investimenti non fatti”. Il motivo è semplice. Se io Manager ho chiesto un budget di 100, con tanto di documentazioni preventive di spesa, ed a fine anno ho speso 80....sempre raggiungendo gli obiettivi, ovviamente, posso essere giudicato bravo quanto non eccessivamente affidabile.
Bravo perchè ho speso meno di quanto avevo chiesto ma anche un po' inaffidabile perchè, in fase di budget, non ho capito che potevano bastare 80.
Con questa spada di Damocle di un giudizio che, se tutto va bene, chiuderà alla pari, un Manager (non so se dire “vero” o “buono”) preferisce dimostrare d'aver pianificato perfettamente le spese e d'arrivare a fine anno col borsellino vuoto. (Anche dimostrare di non aver speso oltre le richieste può essere positivo.)
Ecco la motivazione per cui, verso la fine dell'anno commerciale, le spese stranamente aumentano.
Se quest'anno il Manager ha speso tutto il budget di 100, l'anno successivo, mal che vada, potrà chiedere 120 per ottenere 110, che significa un bel 10% in più in cui sguazzare e con cui stare tranquilli.
Ma vi è qualcosa che non ho ancora detto e che forse traumatizza e spaventa ancor più il Manager: la riduzione del budget successivo.
Perchè con 100 a disposizione non si arriverà mai a spendere 80? Solo perchè ci si potrebbe sentir dire dal Boss, dall'Amministratore Delegato o dalla Casa Madre: “caro Manager, sei stato bravo, hai speso 80 raggiungendo gli obiettivi. Ora, poiché il mercato è statico e non vi sono all'orizzonte possibili spazi, mi vuoi dire perchè per il prossimo anno prevedi di aver bisogno di 120? Noi crediamo invece che, con un budget vendite conservativo Tu, caro Manager avrai bisogno esattamente di 80, cioè di quanto hai speso quest'anno o, se proprio vuoi, con un budget di vendite in incremento del 10%, se te la senti di firmarlo, potrai aver il 10% di budget in più, partendo ovviamente da 80!!”
Se ciò accadesse, al Manager verrebbero i sudori freddi. Vorrebbe dire iniziare l'anno senza alcuna coperta di Linus, con il patema d'animo di vivere un anno in tensione. Mai far si che una cosa simile accada. Ecco perchè quando si chiedono soldi...si devono spendere.
Ho dato, caro Rossano, questa lunga ma semplificata spiegazione per far comprendere come nelle aziende si cerchi di spendere sempre tutto quanto si ha a disposizione. Questo permette successivamente di avere di più.
Mi dirai: che centra con il problema delle Regioni? E' esattamente la stessa cosa. Se lo Stato in passato ha concesso, anche a dismisura, all'Amministrativo locale non importa. A lui importa solo sapere di poter ancora contare sulla stessa possibilità di spesa.
Non si vuole fare rinunce; non ci si vuole inimicare alcuno che un domani possa risentirsene. Per ottenere un seppur falso assenso al proprio operato, da parte degli elettori, in passato si è speso e sprecato al di sopra di ogni logica? Bene, si deve proseguire così. Feste inutili; notti bianche; spese burocratiche senza controllo, hanno portato a limiti non sostenibili. Lei sa, ad esempio, che le città, sull'onda di un falso ecologismo, quando chiudono la Domenica alle auto, ottengono dalle Regioni un cospicuo bonus per ogni Domenica di chiusura? Pensava che si bloccasse il traffico per amore dei cittadini? Questo è un rivolo, il primo che mi viene in mente, dei tanti che vi sono e che si sapessero lascerebbero tutti a bocca aperta.
E che fanno gli Amministratori locali? Accettano di vedersi diminuire i loro budget? Possono permettersi di non garantire più questa spesa o quell'altra per poi perdere magari qualche voto? Non se ne parla.
Pensi, nessuno e da nessuna parte politica, ha compreso che forse siamo in un momento in cui val la pena soffermarci per vedere dove sia possibile risparmiare.
Se le cose, in azienda non vanno bene come si vorrebbe, ci si riunisce e si decide dove e come tagliare per ottenere il massimo spendendo meno. Perchè la stessa logica non deve funzionare nelle Amministrazioni pubbliche e nelle Regioni? Perchè i Responsabili non si mettono a tavolino ed analizzano ogni voce di spesa per capire se si sono spesi bene i soldi avuti; se si poteva spendere meno e se sia davvero necessaria ogni voce di spesa? Posso garantirLe che vi sarebbero tanti ma tanti modi per non buttare via soldi che ogni Amministratore, volendo ed usando estrema correttezza, arriverebbe a sorprendersi di quanto si possa fare con molto meno.
Non si deve piangere stupidamente sui ridotti budget dello Stato ma solo su come spendere meglio quanto viene dato.
Ma poiché, come il Manager in azienda, L'Amministratore teme i tagli perchè viene posto nella situazione di dover gestire tutto con maggior attenzione, davanti alle riduzioni si pone lo spauracchio alla gente. “ Lo Stato ci ha dato meno e quindi non potremo più darti i servizi che ti davamo.” E per far incavolare i cittadini, affinchè si rivoltino contro lo Stato o il Governo, stia certo che se tagli si dovranno fare, le Regioni li faranno sulla Sanità e servizi pubblici, aumentando ovviamente anche le tasse locali (che non guasta mai)
Rimarranno invece, perchè necessarie, le notti bianche, i concerti ecc..ecc.. Nessuno, dico nessuno, ha detto invece: “in una situazione in cui non è possibile avere come prima, cercheremo di rivedere ogni voce di spesa per capire come ridurle senza creare problemi, dando solo un taglio agli sprechi che inevitabilmente ai nostri livelli ci sono”.
Le ho parlato dell'atteggiamento del Manager aziendale quando si trova a gestire un budget per farLe comprendere come ognuno, con una disponibilità di spesa, cerchi di avere il massimo da spendere (facendolo anche se non serve) per poi averne ancor di più dopo.
In azienda, se le cose vanno meno bene, ci pensa la Casa Madre a ridurre senza problemi ed i Manager mugugnano ma devono accettare e subito si mettono ad analizzare la situazione per capire come e dove agire senza che questo crei problemi ai risultati promessi.
Nel Pubblico....nessuno pensa ad analizzare. Si vuole solo avere a disposizione per essere certi di far bella figura.
Cordiali saluti.
Pubblicato da consulente alle 00:30
giovedì 8 luglio 2010
MEGLIO PRIMA
Marisa N. (loc. n.c.)
Egregio Signore,
so che quanto scrivo è probabilmente un problema solo mio e che non saprà risolvere ma io ho bisogno davvero di un consiglio.
Lavoro in un'azienda del nord. Ho ventitrè anni. Sono entrata in azienda due anni fa come aiuto impiegata nell'ufficio traffico. Il lavoro mi piaceva anche perchè spesso mi sono trovata anche sola a gestire cose che sembravano difficili ma che io riuscivo a svolgere bene. Eravamo in tre. Il responsabile traffico, l'impiegata ed io. Non c'era tra noi nessun problema di rapporti. Ambiente libero in cui non dovevi stare attenta a come vestivi perchè gli altri avrebbero parlato ne a come stavi in ufficio o in magazzino. Insomma, quello che valeva era il lavoro.
Non so per quale motivo ma probabilmente il mio Capo ha parlato bene di me e così, dopo poco, quando è andata in pensione un'impiegata negli uffici di sede, mi hanno trasferito. Avevo delle paure ma non ho potuto far nulla. Del resto il cambio era favorevole. Aumentavo di livello e di retribuzione ed anche gli orari erano sicuri e non magari molto più lunghi come in magazzino. Avrei dovuto essere contenta ma oggi, dopo soli pochi mesi ho capito che non mi va proprio. Ho cercato di farmi piacere questo lavoro e di convincermi che sia migliore di prima. Ho cercato di non guardare l'ambiente e di pensare a me ma non ce la faccio. E' l'ambiente delle colleghe che guarda, che critica, che bisbiglia. Devi stare attenta a come vesti perchè altrimenti vieni guardata come un marziano. Devi stare attenta a ciò che dici e come lo dici e sopratutto devi accettare di partecipare alle critiche alla società, ai pettegolezzi ed a tutte quelle situazioni false che ci sono negli uffici.
Non credo di poter continuare in un ambiente che ritengo falso, non interessato davvero al lavoro ed ai risultati, come invece facevamo noi nel nostro piccolo in magazzino. Non mi interessa nemmeno guadagnare di più se devo ogni giorno andare al lavoro con un peso dentro di me. Mi aiuti. Cosa posso fare?
Cara Marisa,
cosa puoi fare?
Quello che Tu descrivi molto bene è uno spaccato di vita aziendale che comunque devi sapere, è abbastanza generalizzato in tutte le aziende o in tutti i gruppi di lavoro. Più il gruppo è folto e maggiore è la possibilità che accada quanto descrivi. Tu lavoravi in un piccolo gruppo di tre persone ed era ovvio che tutto questo non ci fosse. Ed il lavoro, magari meno importante e meno d'immagine, Ti riempiva comunque il cuore ed eri felice. Lo stipendio era inferiore eppure, ora che hai provato, hai capito che forse anche i soldi non sono proprio tutto. Servono eccome, accidenti, però possono davvero non essere tutto. La soddisfazione nel lavoro, il sentirsi appagati, capire che ciò che si fa è stato davvero utile, la libertà di operare in un ambiente senza ipocrisie, è tutto molto importante.
Sei stata brava; hai operato seriamente ed ecco il premio: proseguire in un ambiente in cui tutto è l'opposto di quanto avevi in mente.
Queste situazioni possono creare davvero grossi problemi ai lavoratori. C'è chi accetta la mansione nuova pensando al livello ed allo stipendio maggiore e fregandosene dell'ambiente e del lavoro stesso (chi se ne frega come va) e c'è chi non ce la fa. Restare in questa situazione crea squilibri psichici che a lungo andare fanno notevoli danni che finiscono sempre per dilagare anche nel privato.
Vuoi un aiuto e Te lo do volentieri. Parla coi Tuoi Capi. Si sincera. Di semplicemente le cose come sono. Di che in magazzino non lavoravi bene nella speranza di una promozione o di un passaggio ad altro incarico in sede, ma solo perchè Ti piaceva il lavoro, la libertà nello svolgerlo, il rapporto coi colleghi e perchè Ti sentivi utile; cose che non hai trovato in questa nuova posizione. Se la posizione precedente è ancora vacante puoi chiedere d'essere rimessa al Tuo vecchio posto. Probabilmente però quel posto non sarà più disponibile e quindi la Tua confessione ai Capi non cambierà le cose ma Ti permetterà di sfogarTi (cosa utilissima) di far loro sapere che non Ti trovi bene e che non potrai stare in quella posizione per molto.
Cosa accadrà? Dipende da chi Ti trovi davanti. Potrai essere compresa e quindi aiutata in qualche modo od anche non capita.
Fossi in te, dopo averne parlato in modo aperto e sincero, se nulla cambia, mi metterei con molta calma a cercare altrove. Farlo quando si ha le spalle coperte è molto più facile e non crea quell'angoscia che prende quando si deve trovare assolutamente un'occupazione in breve tempo. Poi, il destino deciderà. Se Ti capitasse di trovare un'occupazione che davvero Ti aggrada in termini di soddisfazione, vai subito, altrimenti, aspetta.
Per onestà devo però dirTi che molte volte, col tempo, gli angoli si smussano ed i rapporti coi colleghi e l'ambiente, cambiano e migliorano. Ed infine, che anche cambiando, non puoi sapere se davvero ciò che appare idilliaco ed adatto a Te, lo sia davvero. Sarebbe brutto se Tu cambiassi per poi trovarTi in una situazione uguale o peggiore.
Rifletti con calma.
Ciao
Pubblicato da consulente alle 23:31
lunedì 5 luglio 2010
NEGOZIANTE CHE PASSIONE 16
L.C. Ancona
“.....In passato ho letto alcune sue risposte relativamente a ciò che riguarda il lavoro del negoziante o a tematiche simili. Erano però risposte frazionate che tenevano conto delle domande che venivano poste.
Ora, da quando ho iniziato a leggere quel suo racconto, tra l'altro bellissimo e utile, del profilo del buon venditore, mi sto chiedendo se non può scrivere il profilo del buon negoziante o se non può, con la sua fantasia, riunire tutte le raccomandazioni che possono essere fatte ad un negoziante in un solo testo, proprio come quello del venditore. Sarebbe utile a me ma anche a migliaia di altri negozianti. E' possibile? Ci può pensare?
La ringrazio per la risposta che attendo.
Fine quindicesima parte
Forse avevo proprio bisogno di un caffè. Dunque – proseguì - quella del PACCHETTO SCONTI è un'idea che mi venne un giorno, mentre visitavo un centro commerciale. Mentre mi lambiccavo il cervello per trovare qualcos'altro che mi aiutasse a differenziarmi, pensai ai negozi cittadini ed al centro commerciale. Quest'ultimo attirava massa, non lo si può negare. Era pieno, ed erano ben frequentati anche i negozi della galleria. I negozi..., i negozi...pensai tra me, ed ecco che arrivò l'idea.
Così, tornando a casa, riflettei e più ci pensavo, più la trovavo interessante.....
inizio sedicesima ed ultima parte
Fu così che dal giorno successivo iniziai a visitare i miei colleghi di altre attività di vendita. Vede – proseguì – il mio piano era di partire coinvolgendo prima i negozi leader della città e successivamente, se costoro non avessero accettato la mia proposta, sarei passato ad altri. Così, parlai col profumiere, poi col proprietario di una boutique; un negozio di scarpe, di biancheria; ottica, articoli regalo.....insomma, li feci passare un po' tutti e, devo dire, riuscii a coinvolgere tutti i migliori negozi della città.
A tutti feci presente la mia idea. Alla fine, ebbi il risultato che è questo – disse allungando una mano verso un cassetto per prendere un carnet. - Qui dentro ci sono una quindicina di possibilità di sconti molto forti che vengono attuati dai negozi con cui mi sono accordato. Sono tutti negozi del centro città che hanno indubbiamente sofferto un poco la concorrenza del centro commerciale. Così ognuno di loro si è reso disponibile ad offrire qualcosa per attirare clientela.
Guardi – disse – in questo caso, ad esempio, viene offerto uno sconto del 10% sugli acquisti; qauest'altro offre dieci euro di sconto fisso; poi quest'altro ancora farà un omaggio sicuro a sorpresa. Andiamo avanti, questo farà valere il doppio la raccolta bollini a chi si presenta con questa carta...insomma ce n'è per tutti i gusti. Io ho raccolto queste idee e le ho tramutate con loro in questo carnet. Ogni nostro cliente lo ha ricevuto a casa ed ai nuovi, lo consegniamo direttamente. Funziona benissimo.
Questo è un modo per creare attenzione, curiosità ed entusiasmo nelle vie cittadine e per far si che la gente non si allontati più di tanto. Di fatto, è un modo per aiutarci tra di noi. Io aiuto gli altri negozianti che hanno avuto l'intuito o la voglia di seguirmi, capendo che qualcosa andava fatto ma anch'io certamente ne ricavo beneficio...del promotore.
Questo carnet lo si ottiene solo in questo punto vendita. Quindi sono solo i miei amici-clienti a trarne un vantaggio. E questa, per tornare all'inizio del nostro discorso, è un'idea che un centro commerciale non può attuare, cisce? Proponendo in vendita ogni tipo di prodotto, si farebbe concorrenza da solo se promozionasse incentivi per i negozi della galleria. Ecco quindi un'altra possibilità di avvantaggiarsi su loro. Sfruttando i limiti della loro grandezza....”
“Con lei non è mai finita – dissi interrompendolo nella sua enfatica presentazione – se mi trattenessi ancora un giorno, sarebbe capace di presentarmi chissà quant'altro ancora. E' fenomenale. Beh, forza, mi dica l'ultima, poi la lascio....”
“L'ultima – disse sospirando - l'ultima è proprio l'ultima in ordine di tempo. Noi commercianti siamo praticamente in contatto con tutti gli istituti bancari della città. Bene o male li conosciamo tutti e siamo conosciuti. Così m'era venuta l'idea dello SCONTO CARTA DI CREDITO.
E' semplice ma val la pena che gliela dica. Una volta al mese, con manifesti all'entrata del negozio, presento il periodo dedicato ad una carta di credito (periodo di quindici giorni) E' una promozione personalizzata ad una sola carta per volta. In pratica vale per i titolari di quella carta. Chi l'ha, se viene ad acquistare e paga con la carta, godrà di uno sconto extra del 5% sul valore dell'acquistato. Il mese successivo, sempre una quindicina, varrà per un'altra carta e così via. Ormai noi negozianti dobbiamo operare un po' con tutte. Allora, dirà lei, qual è questo vantaggio per me che, oltretutto, preferisco non fare sconti? Semplice. Ufficialmente lo sconto lo concedo io. Le banche non appaiono per non inimicarsi nessuno.
E quando ho preso accordi con loro, hanno visto la convenienza. Pubblicità per loro e la loro carta; possibilità di incrementare il lavoro; e, molto importante, mantenimento di un cliente....cioè io, che avrei potuto non gradire un loro rifiuto. E tutto questo solo per la metà dello sconto praticato. Ovvero, io mi carico la metà dello sconto e loro fanno altrettanto sugli affari che vanno a buon fine in quel periodo e con la loro carta, nel mio negozio.
Converrà che a fronte di un'iniziativa promozionale, la mia quota di spesa è veramente irrisoria. Alcune banche poi mi mettono a disposizione addirittura il totale per cui l'iniziativa è ottima. Non posso proprio lamentarmi,sa? Credo che al giorno d'oggi il problema del negoziante sia solo quello di far lavorare la mente. Chi non ce la fa da solo deve chiedere aiuto ma...questa è la strada. Ciò che conta è non rimanere fermi. E con questo, mio caro amico – proseguì – anch'io la lascio. Devo tornare ai miei clienti, ai miei collaboratori, al mio punto vendita. Ma sarò sempre ben lieto di rivederla, ogni volta che vorrà. Ci saranno sempre idee nuove ed iniziative da portare avanti ed idee di cui parlare. Magari anche lei avrà qualcosa da dirmi. Sono convinto che non sia stato ad ascoltarmi per niente e, non so perchè, ma credo che anche lei possa darmi suggerimenti su cose che non conosco ma che mi riguardano.
Ricordo ancora quel giorno in cui l'ho conosciuta, quando mi stava ad osservare mentre salutavo i clienti....
Lei pensava qualcosa. Prima o poi me lo dirà”
“Certo – risposi sorridendo – prima o poi glielo dirò”..... e ci lasciammo con una grande stretta di mano. Uscendo, pensai alla sua ultima frase: CIO' CHE CONTA E' NON RIMANERE FERMI.
FINE
Termina qui, caro L.C. di Ancona, questa lunga disquisizione su mestiere del negoziante e su come possa essere bello qualunque lavoro se in esso vien messa la creatività. Come avevo detto all'inizio ho fatto parlare i personaggi seguendo la logica di un racconto che appare meno noiosa e più assimilabile. Ovviamente questo è servito per presentare e suggerire alcune idee che possono essere sfruttate o prese come base per essere migliorate.
Ogni negoziante può trarre dal racconto gli insegnamenti che preferisce. Mi auguro, caro L.C., che dopo questa sfacchinata, Tu possa trovare in queste idee qualche suggerimento per proseguire il Tuo lavoro o migliorarlo, come auguro ad altri negozianti che si saranno trovati casualmente a leggere queste pagine di poter trarne profitto e se qualcosa nel Tuo o nel loro lavoro dovesse migliorare, ne sarò felice.
Cordiali saluti.
Pubblicato da consulente alle 02:42
lunedì 28 giugno 2010
ASPETTATIVE ED INSODDISFAZIONE
Marco (Lombardia)
Buongiorno,
sono arrivato al vostro interessantissimo blog perchè su Google ho digitato questa ricerca: "Idealizzare il lavoro". Perchè stavo ricercando proprio questo? Perchè penso di essere affetto da questo fastidiosissimo problemino! Cercherò di spiegarmi meglio...
Ho 34 anni e negli ultimi 9 anni, dopo essermi laureato, ho lavorato per diverse società in diverse mansioni. Ho sviluppato una mia visione di "quello che voglio fare" e penso di aver seguito un percorso lavorativo che, se agli occhi di un selezionatore potrebbe sembrare dispersivo, ha comunque un suo filo logico. Non sono stato fortunato come chi, uscendo dall'università di economia (quella che ho frequentato io), inizia a fare il revisore, cresce fino ad associarsi in una big 4, e poi va a fare il cfo per una società sua cliente, e poi magari diventa anche l'AD della stessa. Non avevo le idee così chiare ma ho dovuto scontrarmi con la realtà e modificare in itinere le mie convinzioni e aspettative.
Io non ho avuto questo percorso, anche perchè la carriera lavorativa si è fusa con la vita familiare e ci sono scelte, assolutamente spontanee e che rifarei tuttora, che sono state orientate in favore dell'equilibrio familiare piuttosto che in favore degli obiettivi professionali.
In 9 anni ho lavorato per una piccola società di informatica nella città del nord in cui vivo, sono entrato poi in una grande azienda italiana solida e stabile e in quattro anni e mezzo, partendo dalla base come semplice impiegato, sono arrivato all'ufficio direzionale a cui puntavo. Poi mi sono reso conto che i miei obiettivi professionali e quelli del mio datore di lavoro non erano conciliabili, e così ho lasciato per frequentare un master che mi ha dato la possibilità di entrare nell'azienda per la quale lavoro oggi, da più di un anno e mezzo. Mi occupo di export e sono arrivato alla consapevolezza che quello che mi aspettavo anche da questa azienda (e non tanto dalla posizione che ricopro e che mi piace) non è in realtà quello che mi può offrire. E quindi mi ritrovo a rimettermi alla ricerca di una posizione come la mia ma in aziende differenti. Perchè mi ritrovo sempre in questa situazione di disaffezione? Forse perchè ho sempre troppe aspettative, troppi sogni (si, sono affetto dalla malattia del "sognatore") riposti nell'azienda per cui vorrei lavorare. Ma mi rendo però anche conto che mi è capitato poche volte di avere degli obiettivi concreti su cui posso confrontare i risultati che porto a casa (parliamo di budget, parliamo di risultati quantitativamente misurabili):" per cui questo mio approccio diciamo "creativo" o "strategico" prende il sopravvento e inizio a costruire una mia visione di "come dovrebbe essere". E rimango immancabilmente deluso perchè la realtà è diversa. Mi ritrovo oggi a dover smontare le aspettative che ripongo nel lavoro, nell'azienda, e ricercare altro perchè forse non riesco a scendere a compromessi con la realtà.
Sicuramente, se riuscissi a trovare un altro posto, dopo un po' di tempo questa disaffezione tornerebbe a bussare alla mia porta. E allora come posso fare per sgonfiare a priori le mie aspettative e come posso essere più realista e non idealizzare troppo il mio lavoro o l'azienda per la quale lavoro?
Grazie per la vostra cortese attenzione.
Marco.
Egregio Dottor Marco,
ho riletto molte volte la Sua lettera e con molta attenzione. Prima di mettermi a risponderLe mi sono per un attimo calato nei panni di tutte quelle altre persone che leggendo ciò che Lei ha scritto, La invidieranno. Eh si, caro Marco, chissà quanti vorrebbero trovarsi al Suo posto ed avere anche le capacità, la preparazione che ha Lei ed anche, perchè no, trovarsi nella Sua attuale posizione.
Scommetto che tanti se ne infischierebbero di aspettative che non vanno a buon fine, se arrivare dove è arrivato Lei significa aspettative non arrivate a buon fine.
Però, non siamo tutti uguali e ciò che va bene ad uno non va ad un altro. Inizio allora a rispondere partendo dalla fine della Sua lettera.
Non sgonfi le Sue aspettative, per carità. Esse sono un sogno ed i sogni vanno sempre portati avanti. Lei tuttalpiù eviti davvero di vedere l'azienda come qualcosa di perfetto; qualcosa da mettere su un piedistallo; un modello di riferimento certo, così come quell'entità che finalmente, capendoLa, soddisferà ogni Sua aspettativa.
Le aziende non sono formate che da gruppi di lavoratori, ognuno con pregi e difetti. Pregi e difetti che si uniscono o si scontrano; che si associano o si allontanano anche proporzionalmente alle visioni strategiche; alle necessità dei Soci o della Proprietà come anche, e forse ancor più, alle necessità dei lavoratori e dei problemi che le persone hanno.
Nelle aziende non trovano quasi mai spazio i desideri o le aspirazioni dei singoli. Sa meglio di me che l'azienda si pone obiettivi generali di gruppo e si affida proprio al Management ed al lavoro di tutto il team di addetti affinchè questi vengano raggiunti. Come ciò avvenga, a volte non è nemmeno chiaro ma avviene.
Potremmo, per questo, scomodare la psicologia di gruppo ma non è il caso.
Tenga i suoi sogni e continui a svilupparli ma li separi dalla realtà quotidiana.
Lei scrive “ ...mi rendo però anche conto che mi è capitato poche volte di avere degli obiettivi concreti su cui posso confrontare i risultati che porto a casa (parliamo di budget, parliamo di risultati quantitativamente misurabili):" per cui questo mio approccio diciamo "creativo" o "strategico" prende il sopravvento e inizio a costruire una mia visione di "come dovrebbe essere". E rimango immancabilmente deluso perchè la realtà è diversa.”
Non conosco l'azienda in cui Lei sta operando, ovviamente, ma mi pare di comprendere che Lei si trovi in una posizione di Responsabile Export. Da quanto Lei scrive ed ho sopra riportato, credo che nella posizione che occupa, a Lei non abbiano dato obiettivi misurabili da raggiungere e questo Le crea problemi. Sinceramente li creerebbe anche a me ed a qualunque Manager ma, proprio in quanto manager Lei, abituato a trovare soluzioni ai problemi, deve saper trovare una soluzione anche a questo che, se non è un problema dell'azienda, lo è divenuto per Lei..
Esistono aziende, quasi sempre padronali, in cui i Manager sono tenuti a capo di qualcosa per svolgere compiti assegnati che, spesso, non obbligatoriamente sono legati ad obiettivi perchè la Proprietà chiede solo la gestione, tenendo per sé la linea strategica.
In pratica, Manager a mezzo servizio ovvero, persone di cui il Padrone ha assoluta fiducia e che per questo tiene, ma che, di fatto, devono fare e disfare ciò che la Proprietà dice. Posizioni piuttosto demotivanti ma assai ambite proprio per mancanza di responsabilità.
Lei, questa mancanza di responsabilità la soffre. Vorrebbe avere obiettivi; lavorare per questi, trovando soddisfazione nel loro raggiungimento. Forse, dico forse, questo soffrire la mancanza di obiettivi e di conseguente valutazione del lavoro che svolge può significare una Sua volontà di voler vedere riconosciute i Suoi meriti e le capacità che ritiene avere ma che non vede formalmente accettate. Ecco il Suo sogno; il Suo idealizzare il lavoro. Tornerò più avanti su questo punto.
In altra parte della lettera, scrive: ““ho sviluppato una mia visione di "quello che voglio fare" .... Se ha sviluppato una Sua visione del lavoro e vuole vederla realizzata, credo che la strada per farlo sia solo un'attività in proprio. Sin quando opererà in altre aziende, difficilmente potrà veder realizzato questo sogno.
Se può farLe piacere sappia che nel nostro paese, se togliamo le multinazionali che, necessariamente ed obbligatoriamente operano con precisi budget da raggiungere e di cui i vari Manager sono responsabili e se a queste Società aggiungiamo qualche manciata di altre grosse società che hanno imparato ad operare con seri obiettivi, abbiamo una realtà ben diversa di gestione.
Solitamente, le aziende più o meno grandi o medie, si danno un obiettivo annuo senza poi viverlo veramente con l'attenzione mensile o trimestrale che dovrebbe avere, per conoscere ed eventualmente correggere gli andamenti. Di fatto, l'obiettivo (perchè sempre di obiettivo si parla) è qualcosa che occorre “tentare di raggiungere” ma, se strada facendo ciò non avviene, lo si accetta adducendo a scuse varie, e se invece lo si azzecca, forse nessuno sa esattamente perchè ciò sia avvenuto.
In questo panorama, se un Manager “sognatore” sogna che l'azienda in cui opera sia perfetta, idealizza il proprio lavoro e si ritrova quasi a non sapere se ha lavorato bene o no, perchè non è stato posto nella condizione di confrontare il proprio lavoro con un budget che gli avrebbe detto se è stato bravo....., certamente non può trovarsi bene. Gliene do atto, ma stia attento. Forse non troverà diverso ambiente in altre aziende.
Ecco quindi allora la necessità di prendere consapevolezza di questo andazzo, trovando in sé la soluzione. Ma gliela dirò più avanti.
Le aziende, caro Dottor Marco, hanno i limiti ed i vincoli di ogni organizzazione. O si accettano o, se la cosa non è sostenibile, ci si guarda attorno. Difficile credere di riuscire a cambiarle, a meno che la posizione sia tale da permetterlo.
Rileggendo nuovamente la Sua lettera, e questa volta dall'inizio, è chiara una Sua certa e probabilmente giusta intolleranza verso ciò che inizialmente appariva una cosa per poi scoprire che non è così.
Tralasci la parte iniziale delle Sue esperienze lavorative. Non mi sembra comunque che ne abbia avute di brutte ma anche se fosse, all'inizio, va tutto bene. Addirittura rafforzano.
Scrive: “... sono entrato poi in una grande azienda italiana solida e stabile e in quattro anni e mezzo, partendo dalla base come semplice impiegato, sono arrivato all'ufficio direzionale a cui puntavo. Poi mi sono reso conto che i miei obiettivi professionali e quelli del mio datore di lavoro non erano conciliabili, e così ho lasciato”.
Qui mi soffermerei un attimo. Si è trovato una buona azienda ed in quattro anni, dalla base è arrivato alla Direzione a cui puntava..... E dice poco? Questo doveva bastare per farLe comprendere che la stoffa c'è e da questo doveva partire per solidificare la posizione,mantenendola. Invece, ecco venir fuori che i Suoi obiettivi professionali non erano conciliabili con quelli del Suo Capo.
Sorrido perchè mi vien in mente che quando si inizia una collaborazione ed ancor prima, durante un colloquio di lavoro, ci si trova nella stessa posizione di due quasi innamorati che vedono solo rose e non spine. Non mi è mai capitato di partecipare o seguire un colloquio in cui tutto non fosse possibile, accettabile, assolutamente certo. In cui la disponibilità aziendale o del lavoratore non sia di totale apertura a qualunque futura richiesta.
Quasi sempre poi, finito il periodo di fidanzamento, l'azienda si scorda di qualche promessa o il lavoratore si scorda di qualcos'altro. Ed anche a Lei è accaduto di scoprire che i Suoi obiettivi non erano più conciliabili e se n'è andato.
Ha riposto i Suoi sogni e l'idealizzazione dell'azienda nella valigia ed ecco inserirsi in un'altra realtà (probabilmente con lo stesso approccio da innamorati) per accorgersi molto presto che anche qui, l'azienda non può darLe ciò che vorrebbe.
E qui mi fermo.
Se parliamo di sogni posso suggerirLe una ricetta semplice ma mi pare, a questo punto che ci sia qualcos'altro.
Lei dice che la posizione che svolge Le piace ma l'azienda non può seguirLa.
Non voglio approfondire perchè è giusto che sia Lei a guardarsi dentro ma forse, riprendendo quanto ho scritto in precedenza in altro punto, c'è uno stato di insoddisfazione personale che Lei addebita all'azienda, piuttosto che uno stato di incapacità dell'azienda a soddisfarla. Mi pare davvero strano che nelle Sue esperienze, peraltro positive, sia sempre arrivato a questa conclusione.
Cosa cerca? L'azienda potrà darLe una posizione ma non può prendersi cura dei Suoi bisogni interiori. Non mettiamoci a cercare in un'istituzione come l'azienda la soddisfazione di nostre necessità personali. Da quanto Lei scrive credo che Lei abbia dato tanto alle aziende con cui ha operato ma mi pare che anche esse abbiano corrisposto con responsabilità. Probabilmente entro i limiti che le aziende avevano l'hanno portata a crescere, premiandoLa a modo loro. Lei desiderava o desidera “riconoscimenti, considerazione e conferme” che Le dicano “sei bravo”. Non ha riconosciuto e non ritiene di riconoscere nei metodi delle aziende che il modo usato sia quanto meno accettabile.
Non veda nell'azienda il padre o la madre. Veda nient'altro che un'organizzazione di lavoro a cui Lei può dare il massimo e da cui riceverà probabilmente sempre un po' meno di quanto possa aspettarsi. Stop.
Se non prenderà atto di questa realtà, vivrà sempre male un rapporto che invece mi sembra Lei possa portare avanti molto bene.
Il problema della disaffezione, che in Lei è, a questo punto, quasi normale, può derivare (mi scusi se mi azzardo pur non conoscendoLa) da una grande stima che Lei ha di sé stesso e che Le fa fare probabili giusti piani mentali senza poi che questi siano considerati o voluti o accettati dall'azienda. In altre parole, Lei pensa che le cose vadano fatte in un certo modo. L'azienda magari segue un'altra via. Questo, tendenzialmente porta il Manager che ha sviluppato un proprio piano strategico a sentire non riconosciuta la propria capacità e da qui, una lenta ma costante disaffezione.
Come dire: “non capiscono niente. Occorrerebbe fare così e non lo fanno. Se mi avessero ascoltato....”
Infine, eccoci alla Sua visione di “come dovrebbe essere” ed eccomi a parlare dei sogni.
Si può essere buoni Manager aziendali ma anche buoni Manager di sé stessi. Sappia che I sogni servono per realizzare noi stessi ancor prima di soddisfare gli altri.
Vero è che un Manager che non ha obiettivi arriva alla frustrazione ma un Manager può e deve darsi gli obiettivi. Deve farlo per una soddisfazione personale.
Lei ha scritto di non avere obiettivi quantificabili. Bene. Se li dia. Conosce il Suo lavoro; conosce la struttura; il mercato; i clienti, la concorrenza. Si dia degli obiettivi ambiziosi e poi, come più volte ho detto da queste pagine, (può trovare numerose risposte al merito in archivio) faccia tutto per raggiungerli. L'azienda non arriva a darglieli? Poco importa. Si scriva su un foglio dove vuole arrivare; cosa vuole costruire; quanto vuole vendere; che quote vuole prendere; quanti clienti, con quale struttura o rete vendita.
Non voglio assolutamente insegnarLe a ragionare in percentuali di sviluppo. Nella Sua posizione, che ci siano gli obiettivi aziendali o meno, poco importa. Se li dia Lei e faccia di tutto, tenendoli sotto controllo mensilmente, per arrivare a centrarli. Può anche dimostrare all'azienda di saper andar oltre, presentando Lei gli obiettivi che si è dato, tenendola aggiornata periodicamente degli andamenti e degli eventuali correttivi.
Ma non è così importante che questi siano resi pubblici. Se li costruisca e se li porti avanti Lei. Mi creda, se lo dovesse fare e dovesse centrarli, come credo, troverà in questo, tutte le soddisfazioni che non ha avuto e che forse poco avrà. Un po' come un gioco. Una sfida con sé stesso. Se altri non riconoscono le Sue capacità....peggio per loro. Lei sa di valere. Tutto il resto può tirare avanti.
Infine, ancora, se proprio dovesse decidere di cambiare azienda, si ricordi di presentarsi al colloquio con precise Sue richieste proprio sui punti che per Lei sono inderogabili, compresi, perchè no, la volontà di avere obiettivi aziendali a cui Lei affida la valutazione del Suo lavoro.
Se nelle Sue ambizioni c'è la volontà di dimostrare d'essere bravo tanto da voler arrivare ad essere il numero Due (non dica mai il numero Uno altrimenti non verrebbe mai assunto), chieda durante il colloquio se l'azienda può portarLa a questa posizione. Se la risposta è “no, oppure...vedremo al momento, od ancora...così in alto sarà difficile ma non si puoi mai sapere...” lasci perdere perchè altrimenti dopo poco Lei si troverà nuovamente davvero demoralizzato per le aspettative non realizzate.
Le aspettative che ha, Le tenga e Le sviluppi per Lei stesso. Sia solo più pragmatico nella valutazione del mondo del lavoro, sopratutto se deve dipendere da altri.
Vorrei dirLe che l'insoddisfazione che ha Lei è alla base di molte passate scelte di attuali imprenditori che, ritenevano di non essere riconosciuti nelle loro capacità, in precedenti occupazioni. Non voglio con questo spingerLa ad alcun gesto che, coi tempi attuali, è meglio non fare se non si è coperti per farlo, ma effettivamente molti imprenditori sono divenuti tali proprio perchè non accettavano di non veder riconosciute le loro idee. Sa però qual'è il rovescio della medaglia: quegli stessi manager una volta divenuti imprenditori hanno teso e tendono a portare avanti le loro idee...senza ascoltare quelle dei Manager, tipo Lei, che hanno alle dipendenze.
Ed il gioco si ripete.
Mi chiede: “...come posso essere più realista e non idealizzare troppo il mio lavoro o l'azienda per la quale lavoro?” Beh, può farlo semplicemente pensando che l'azienda, proprio in quanto conglomerato di uomini, racchiude in sé tutti gli splendori e le miserie umane, esattamente come nella vita, essendo proprio uno spaccato della stessa; un microcosmo in cui vivono gioie e dolori, simpatie ed antipatie, accordi e liti.
Veda l'azienda per quello che è.
Tanti in bocca al lupo per il Suo futuro.
Pubblicato da consulente alle 04:26