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martedì 26 giugno 2012


REGOLE



lettera firmata   (loc. n.c.)




salve a tutti e grazie anticipatamente,per la risposta
 volevo chiedere,ho appena ricevuto la lettera di richiamo, perchè sono stato trovato sul posto di lavoro 5 minuti prima del fine turno senza scarpe antinfortunistiche,  e mi è stato anche contestato che io ero già  in fila per andare a casa prima del suono della campanella. (questo non e vero)
preciso che sono stato assunto da poco,tramite una sentenza di un giudice, questo ovviamente fa si ,che quasi tutti i capi reparti e i responsabili ce l'hanno con me
non ho mai ricevuto neanche un richiamo verbale e sono stato declassificato da quasi tutte le postazioni di lavoro, il che vuol dire che anche i colleghi hanno paura a parlare con me.
il capo reparto va via tra due settimane, io penso che è tutta una tattica per farmi licenziare da solo,,,come posso fare,per far finire tutto questo,,,,io ho una discopatia discale  ma non faccio quasi mai malattia,per non andare contro l azienda,


Ho dato un titolo differente dal solito per  ciò che riguarda una lettera di richiamo e questo perchè ritengo sia molto più appropriato.
Dunque, caro T.  (non scrivo il Tuo nome perchè saresTi riconoscibile non essendo italiano)  quando ricevo  lettere in cui si parla di richiami rispondo sempre con cautela perchè non si può giudicare senza essere a conoscenza di come si sono svolti i fatti e nelle lettere, i fatti sono naturalmente presentati a favore.
Ho inoltre sempre pensato che i dissidi e le incomprensioni sul posto di lavoro non nascono all'improvviso per un colpo di sole di una delle due parti. C'è sempre un'azione  che ha fatto  o fa scattare la rottura del rapporto. Che sia poi vista come giusta da una parte e sbagliata dall'altra è ovvio, altrimenti non ci sarebbe la tensione.
Nel Tuo caso, dato che lo scrivi, posso finalmente dire con certezza che Te la sei forse cercata. Sei stato trovato sul posto di lavoro, cinque minuti prima della fine del turno, senza scarpe antinfortunistiche e sul punto di timbrare per andarTene.
Portare le scarpe apposite durante il lavoro e nell'orario di lavoro è  un dovere per quel lavoratore che opera in ambienti in cui queste sono obbligatorie.
Non si tratta di qualcosa voluto dall'azienda ma piuttosto da accordi, leggi, impegni sindacali a cui l'azienda stessa si sottopone e deve accettare perchè così è voluto anche dal Sindacato proprio per la sicurezza del lavoratore.
Che senso  avrebbero le tante battaglie fatte per ottenere condizioni sicure sul lavoro se poi i lavoratori non seguono le regole?
Sai che succederebbe se improvvisamente ci fosse un controllo antinfortunistico nel Tuo reparto e trovassero un lavoratore senza quelle scarpe durante l'orario di lavoro?  Sarebbe fortemente multata l'azienda e, come minimo, verrebbe messa in un elenco di aziende da tenere sotto controllo.
Al lavoratore non accadrebbe nulla , ma per l'azienda è ben diverso perchè è l'azienda ad essere responsabile a che i lavoratori seguano le regole.
Quindi  non solo il richiamo, per questo motivo, è stato giusto ma assolutamente dovuto.
Vedi, mio caro, se io fossi sul luogo di lavoro cinque minuti prima della fine del turno  (ammesso che siano stati cinque)  e non avessi addosso le scarpe che devo portare,  vorrebbe dire che comunque sarei andato a togliermele ancora prima,  facendo una mancanza  verso il datore di lavoro e verso i colleghi che invece se ne stanno a lavorare sino al suono della campanella.
Se poi quel giorno non me le fossi  per niente messe....peggio ancora.
Veniamo  a ciò che scrivi dopo.  Dici che sei stato assunto da poco per mezzo di una sentenza di un giudice.
Ciò mi fa capire che forse eri già stato licenziato e, grazie ad un giudice, sei stato riassunto nello stesso luogo di lavoro.
Ho sempre più volte scritto che quando i rapporti si rompono è meglio cambiare aria perchè tornare, oltretutto solo grazie ad una sentenza, nello stesso luogo di  lavoro, significa innescare una serie di situazioni difficili poi da sopportare.
Tu scrivi che grazie a questo fatto sei malvisto dai Tuoi  Capi Reparto o Responsabili. Sai che serenità !
Dici che sei stato declassato da tutte le mansioni  (cerco di interpretare ciò che scrivi) e che per questo motivo anche i Tuoi colleghi Ti girano al largo avendo paura a parlare con Te.
Non credo che abbiano paura per questo. Forse,  ma dico forse e vorrei sbagliarmi; cercano di lasciarTi perdere  avendo delle riserve sui Tuoi comportamenti, sul Tuo carattere o sulla collaborazione che dai.
Questo rafforza ancora di più che non si deve lavorare, per il bene di tutti, Tuo compreso, in un ambiente in cui  non ci si è riusciti ad integrare.
Sul fatto che il Tuo Capo Reparto se ne vada tra un poco, non vedo il  collegamento col desiderio di farTi dimettere. Ma forse non ho ben capito io.
Di una cosa sola cosa Ti prego:  non portare mai e poi mai a Tua scusante il fatto di soffrire di qualche malattia.
Nessuno, tranne i casi protetti per legge, può ritenere di aver diritto a qualcosa per il fatto di soffrire di una
malattia e tanto meno questa può essere una scusante per giustificare situazioni mancanti sul lavoro. Se la Tua malattia non è sostenibile con quello che fai, non lo devi fare. Se lo fai ed è sostenibile, non devi lamentarTi. E' brutto dirlo e getta ombre  su chi lo dice.
Ogni Tuo compagno di lavoro avrà senz'altro qualche problema e quindi, poiché ognuno ha qualcosa....tutti sono uguali.
Anche l'ultima Tua frase:  “...non faccio quasi mai malattia per non andare contro l'azienda...”  non va detta.  Credo poco al lavoratore  che si sacrifica per il bene dell'azienda  (scusami ma lo devo dire). Credo piuttosto che se lo fa, lo faccia perchè ritiene di poterne avere un vantaggio come il fatto di mantenersi il posto.
Questo è accettabilissimo e umano. Fare sacrifici per il proprio bene è giusto; voler farli  passare per il bene dell'azienda....è un po' troppo e si rischia di non essere credibili.
Ora, che fare della lettera ricevuta?
Devi rispondere per iscritto motivando il perchè in orario di lavoro non avevi le scarpe che dovevi portare.  Sul fatto che Tu Ti trovassi già in fila per timbrare....se non è vero, dillo, ma se davvero eri davanti alla timbratrice e qualcuno Ti ha visto....inutile negare. Prendi atto che tutti noi abbiamo regole da rispettare se vogliamo essere rispettati e diritti e doveri vanno di pari passo.
E se puoi, cercaTi lavoro in un altro ambiente, anche per un Tuo più sereno futuro evitando sempre di farTi riassumere grazie ad una sentenza.
Ti faccio comunque tanti auguri perchè capisco anche le difficoltà dovute magari ad una mentalità  sviluppata  in ambienti diversi.

venerdì 15 giugno 2012


COLLOQUIA E ASPETTA

Edoardo   (loc. n.c.)



Buongiorno

ho questo problema: non so come comportarmi dopo il colloquio di lavoro.

Vengo contattato da una agenzia la quale mi fa subito un intervista anche se ammette che non è loro prassi ma cosi vuole il cliente.

Il giorno dopo vengo richiamato per fissare l'appuntamento dal cliente e cosi la settimana successiva mi reco all'appuntamento.

il colloquio va molto bene....l'azienda opera nello stesso settore del mio impiego attuale anche se su mercati diversi e per certi settori è anche fornitore della mia attuale azienda.

Mi dice che le cose andranno per le lunghe perchè il mio intervistatore che è anche il responsabile è molto impegnato e perchè deve anche valutare la posizione di un collaboratore esterno che al momento occupa la posizione per la quale si sta svolgendo il colloquio, ma l'assunzione avverrà comunque per via dell'enorme mole di lavoro che ha l'azienda.

Finita l'intervista vengo contattato dall'agenzia per capire l'esito del colloquio.

Dieci giorni dopo l'agenzia mi ricontatta ancora per un secondo incontro che avviane 5 gg dopo.

Anche il secondo colloquio va molto bene. Il responsabile conferma la situazione in bilico con il collaboratore esterno,e l'esito di questo rapporto lavorativo influirà sulle mansioni future del candidato.

Alla fine del colloquio il datore mi chiede sto continuando a cercare lavoro, mi dice di essere contento per aver incontrato una persona seria, dice di averlo fatto presente anche all'agenzia, mi dice di esser contento per i due incontri che sono stati entrambi positivi e che dall'agenzia, avrò presto loro notizie (testuali parole).

Poco dopo arriva la telefonata dell'agenzia che mi chiede dell'esito: confermo che la mia impressione è positiva, ripeto al personale dell'agenzia quello che mi è stato detto sul finire dell'incontro (persona seria, incontri positivi etc etc ) e lui mi dice che conferma tutto questo, che durante la discussione con il datore di lavoro per un aggiornamento post colloqui, lui fa parecchie volte il mio nome, che la mia candidatura è stata la "preferita" tant'è che proprio per questo sono stato il primo della seconda trance di colloqui e, sempre l' agenzia , mi dice che secondo lui ci sono buone possibilità anche se non dovrebbe dirmelo per non darmi false illusioni e per non macchiarsi lui di cose dette che poi non si avverano.

Ormai sono passati più di 10 giorno e nessuna notizia.

Cosa devo fare: chiamare l'agenzia per sapere a che punto siamo? oppure no?

Magari i colloqui non sono ancora finiti, oppure non si è ancora risolta la questione con il collaboratore esterno per cui deve ancora definire la posizione del prossimo assunto.

Grazie per il tempo e l'eventuale risposta.






Caro Edoardo,
la Sua situazione è la copia fotostatica di  centinaia  di colloqui che avvengono in Italia tra aziende che chiedono incontri, anche urgenti, e candidati che  poi rimangono in attesa di risposte che spesso non arrivano più.
Già in passato ho parlato di questo malcostume.  L'azienda contatta l'agenzia che si presta a fare da passaparola o poco più. L'azienda ha sempre fretta; incontra,  intervista, loda, si congratula, rimanda ad un successivo incontro; poi nuovamente loda, si congratula, tira fuori “l'altro candidato” e lascia intuire, come ha fatto con Lei, che si deve prima risolvere il problema interno ma comunque....nessun problema, la scelta è praticamente fatta.  Tanti saluti, ci faremo vivi.
C'è gente che dopo anni sta ancora attendendo.
Per carità, non sarà il Suo caso ma è certo che Lei non mi ha scritto nulla che già non conosca a memoria. In Italia siamo fatti così. Non abbiamo mai il coraggio di dire “si”  o “no”. Si pensa d'essere perdonati per aver fatto perdere tempo ad una persona dicendogli che  si è stati molto contenti del colloquio.
Una volta che la persona è uscita dagli uffici dell'azienda  è come se non fosse mai entrata.
Pare quasi che, mentre  il Candidato ha ogni obbligo di dire tutto di sé, di darsi disponibile, di svelare cose personali, dall'altra parte non esistano obblighi o doveri  di mantenere fede alle parole date.
“Ci sentiamo senz'altro presto....”  può così diventare un mese, due o mai, senza che questo faccia sentire poco corretti.
E' il mondo del lavoro nostrano.
Può essere, ad onor del vero, che davvero l'azienda abbia problemi a chiudere velocemente la trattativa; a volte vi sono o nascono urgenze maggiori che fanno accantonare alcuni progetti per poi essere ripresi più avanti. Può essere che la questione col collaboratore non  sia ancora  risolta,  tutto vero ma è anche vero che una telefonata  per avvisare che la cosa va a rilento  rafforzerebbe solo l'immagine di correttezza nei rapporti interpersonali.
Ora che fare? Sono passate un paio di settimane e nulla si muove. Nemmeno l'agenzia che, avendoLa contattata per prima  ha un dovere in più, non si fa viva.
Vuole farlo Lei?   No. Se non ha l'acqua alla gola, dia loro dimostrazione di non sbavare.
Prosegua la Sua vita ed il Suo lavoro con serenità. Semmai La chiamassero può rispondere: “ah! La cosa è ancora viva ?  Non ci pensavo più. Non era un grande problema.    In ogni caso,  dica pure.......”
Le auguro di cuore che Lei possa dire queste parole ma se così non fosse, non se ne faccia davvero un problema.
Semmai dovesse avere altri incontri con Agenzie o Azienda per colloqui, sappia che le risposte ai colloqui sono un optional. Quelle urgenti, ovvero entro termini di tempo logici, una chimera.
In bocca al lupo.

domenica 10 giugno 2012


PAGAMENTI ESTERI


Dario   (loc. n.c.)

Avrei bisogno di un chiarimento.
Da Dicembre sto svolgendo un lavoro on-line di vendita musicale su Itunes e altri store, per una società Francese.
Con questa società ho un contratto di royalties,il che significa che io produco album musicali,li metto in vendita sugli store digitali ed ogni 3 mesi in base ha ciò che ho venduto mi vengono riconosciute delle royalties.
Non ho nessun tipo di rapporto di dipendenza con loro,non ho partita iva e non svolgo nessun altro lavoro.
Mi è stata spedita una fattura pro-forma a Marzo ed ho ricevuto i miei compensi su conto corrente. Nella fattura pro forma non viene riportata alcuna voce per quanto concerne iva o quant'altro.,il mio operato viene svolto in Italia.
Come posso regolarizzare questa situazione? E' possibile non aprirsi partita iva? Che tasse pagare eventualmente in ritenuta d'acconto..?
Grazie e buon lavoro
Dario




Caro Dario,
tra i campi di nostra conoscenza non c'è quello relativo a leggi sulla fiscalità ovvero non ne sappiamo a tal punto da permetterci di dare suggerimenti.  Ce ne siamo sempre ben guardati perchè  è una bolgia  in cui tutto è giusto e nello stesso tempo, a seconda da come lo si guarda, è tutto sbagliato.
Oggi  tutto è talmente contorto e talmente impregnato di logiche burocratesi che anche chi vuole essere onesto arriva a sbagliare. C'è un gran bisogno di lavoro; si vorrebbe che tutti si dessero da fare; si dice sempre che va stimolata la creatività nel trovarsi nuove occupazioni ed appena uno intuisce un nuovo lavoro possibile per guadagnare, ecco che arriva la burocrazia con mille infiniti paletti che  portano spesso a far desistere.
Nel Suo caso, riteniamo che Lei debba  assolutamente parlare con un commercialista o recarsi al CAF della propria città. Deve ben spiegare l’attività, indicare approssimativamente il compenso annuo stimato e la provenienza straniera dell’entrata. Trattandosi di reddito proveniente da società estera, non siamo certi  che  sia possibile la ritenuta d’acconto.
Allo stato attuale delle cose  Lei, colpevole d'aver cercato una strada per lavorare e colpevole di non sapersi districare nel labirinto di norme quasi sempre non comprensibili da una mente solo logica, è un evasore (dovrebbe essere frustato sulla pubblica piazza e chiuso in un lazzaretto)  e con gli attuali livelli di controllo sui conti correnti il rischio di una sanzione è alto.
Affidarsi ad un commercialista può essere costoso e diventa quindi importante capire effettivamente se l'utile  generato da questa attività, giustifichi il lavoro stesso.
Chieda un appuntamento  ad un  Commercialista a cui potrà chiedere un preventivo dei suoi costi per la gestione  oltre a tutti gli oneri relativi.
Buona fortuna!

giovedì 7 giugno 2012


LAVORO E RICHIAMO



Giuseppe   (loc. non c.)



Lavoro in una catena di supermercati con il ruolo di addetto.
Il capo reparto mi ha minacciato di inviarmi una lettera di richiamo, perchè nel giorno del cambio della promozione settimanale a suo dire sono uscito prima e che da responsabile sarei dovuto rimanere più a lungo per completare questa promozione.
Premetto che avevo già superato le 2 ore di straordinario, oltre alle 7 ore ordinarie.
In più dice che l'ho anche mandato a quel paese, cosa non vera, non ha neanche testimoni per questo.
La mia domanda è questa: può realmente mandarmi una lettera di richiamo per queste motivazioni? Come posso rispondere ad una lettera di richiamo di questo genere?
Vi ringrazio anticipatamente per la risposta.



Caro  Giuseppe,
il Tuo capo reparto può inviarTi la lettera di richiamo perchè la lettera è semplicemente  un richiamo messo per iscritto.
La lettera di per sé non significa nulla. Ciò che conta è il contenuto ovvero le cose contestate al lavoratore.
Nel Tuo caso, posso capire che magari eri stanco e non avevi più desiderio di continuare a lavorare avendo già fatto 2 ore supplementari ma ogni lavoro ha le proprie regole, pro e contro che si accettano quando si accetta il lavoro.
Pare invece che spesso  si sia portati a dimenticarlo. Ogni lavoro ha situazioni particolari che vanno gestite con coscienza e consapevolezza.  Lavori in un supermercato; nei supermercati vengono effettuati periodi promozionali con esposizioni  fuori banco di merce ed è ovvio che queste debbano essere  pronte al pubblico nel momento in cui hanno inizio.  Se la promozione inizia il giovedì mattino, all'apertura del punto vendita, alle ore 9, è piuttosto logico che debba essere preparata per tempo. Quando dunque c'è questo impegno, una volta alla settimana o ogni quindicina, va fatto. Può non far piacere ma fa parte della mansione.
E' vero, ripeto,  che avevi già fatto 2 ore di straordinario (peraltro credo retribuito) ma preparare il tutto per l'inizio del lavoro successivo è una regola.  Non si possono scegliere le regole, si può però scegliere di cambiare lavoro se questo non piace.
Non capisco quando scrivi che il Tuo Capo asserisce che “ a suo dire sono uscito prima”.
O sei uscito prima o non sei uscito prima. C'è un cartellino che timbrate e che fa fede. A meno che non intendi dire che Ti ha contestato il fatto d'essere uscito prima d'aver terminato l'esposizione.
Forse eri stanco e magari Ti è scappato un “vaffa” in via amichevole. Se così è stato, chiedi semplicemente scusa, offri un caffè al Tuo Capo e tutto finisce lì.
Trovo strano, ma posso sbagliarmi, che  i Capi sentano sempre cose che i dipendenti non hanno detto. (l'allusione al fatto che non ha testimoni....mi piace poco).
Santo cielo, che c'è di male. E' umano. Basta avere l'umiltà di ammetterlo e scusarsi.
Che rispondere a questa lettera?  Se non Ti è ancora arrivata, fai come Ti ho detto. Allunga la mano, digli che hai sbagliato perchè in quel momento eri stanco ed hai avuto una reazione non corretta ed andate assieme a bere un caffè.
Se invece l'hai tra le mani, rispondi sempre le stesse cose. Dato che è inutile negare l'evidenza, rispondi che  avendo già fatto due ore di straordinari Ti sentivi fisicamente e mentalmente stanco per cui hai avuto una reazione che non Ti appartiene.
Detto e fatto questo però, rimane il lavoro da svolgere, gli impegni che esso comporta e la soddisfazione che se ne trae.
Rifletti su questo perchè il lavoro deve innanzitutto  piacere. Se lo si fa solo perchè si deve farlo, prima o poi si incappa ancora negli errori già fatti. E la seconda volta è più difficile  dire che è stato un caso.
Forza dai!

lunedì 21 maggio 2012


RICHIAMO
lettera firmata


Buon giorno,
venerdì ho ricevuto la mia prima lettera di richiamo in cui il mio titolare mi sta accusando di aver utilizzato un tono di sfida e che ho chiesto di essere licenziata ,dopo di che ho abbandonato il posto di lavoro, questi sono i suoi motivi.
Vorrei chiedere come faccio a scrivere le mie giustificazioni in riguardo le sue accuse, dato che sono stata costretta a abbandonare il posto di lavoro dopo che il mio titolare mi ha insultato e umiliato e ha utilizzato un tono minaccioso. La mia richiesta di essere licenziata si deve al fatto che lui dall'inizio del mese mi sta chiedendo le dimissioni  e gli ho detto solo che se mi vuole licenziare deve essere lui a farlo e non io.
Grazie


Cara,
più volte ho detto che una lettera di richiamo ha valore quanto la risposta che si è tenuti a dare. Con la lettera viene contestato qualcosa e si chiede al ricevente di dare giustificazioni (ovvero chiarimenti) su quanto contestato.
I chiarimenti possono soddisfare o meno ma la cosa dovrebbe terminare lì, perchè  l'accusa e la difesa  si equivalgono e nessun giudice baserebbe una sentenza su una lettera.
Va detto che il primo richiamo scritto dovrebbe seguire un richiamo verbale  a cui, chi scrive, dovrebbe fare riferimento.  Se  prima non c'è stato richiamo verbale (ovvero una precisa accusa su una mancanza del lavoratore), la lettera di richiamo sarebbe addirittura   fuori regola.
Dopo la lettera e la risposta del lavoratore tutto potrebbe finire. Se invece il datore torna a vedere  nuovamente  la stessa o altre mancanze del lavoratore, può inviare la seconda lettera. Con la terza e ultima lettera può avviare le pratiche di licenziamento passando però attraverso la solita prassi e dovendosela vedere con il Sindacato a cui  eventualmente il lavoratore chiederebbe aiuto.
Detto questo, veniamo al Suo caso.
Preciso, innanzitutto, che quando mi si scrive come  Lei ha fatto, io devo prendere le cose che mi si dicono e su queste basare le mie risposte.
Ciò non significa che io risponda il giusto in quanto non posso sapere se le cose sono come vengono scritte o queste sono, come spesso accade, una visione di parte di un problema.
In altri termini, per dare un vero e buon suggerimento dovrei conoscere anche le motivazioni del datore di lavoro; motivazioni che non ci sono mai.
In questo caso un po' di confusione c'è.
Dunque: il Suo Capo l'accusa di aver avuto un atteggiamento di sfida; d'aver chiesto di licenziarla e d'aver abbandonato il lavoro.
Non credo che questo sia improvvisamente nato o scoppiato dal nulla.  Cosa c'è stato prima? Quanti lavoratori e colleghi ci sono in questa fabbrica o ufficio?
E perchè il datore si è proprio rivolto a Lei e non ad altri se il suo scopo è solo quello di ridurre personale?
L'aver abbandonato il  lavoro è piuttosto significativo dell'atteggiamento che Lei ha avuto in quella situazione. Non avrebbe dovuto farlo. Anche se si è ritenuta offesa doveva starsene al Suo posto.  Non può dire che è stata costretta, a meno che non sia stato il Datore a chiederLe di lasciare il lavoro ma se lo avesse fatto, oggi non glielo contesterebbe.
Se Lei è stata offesa ed umiliata senza ragione ed ha testimoni che possono confermarlo, può agire Lei contro un atteggiamento sbagliato del Capo. Ma, e dico ma, occorre prima che Lei si faccia un esame di coscienza per vedere se non ci sono state mancanze da parte Sua che hanno portato il Capo all'esasperazione.
Lei scrive poi che dall'inizio del mese il Suo capo Le chiede di dare le dimissioni. Perchè lo fa? Cosa c'è sotto  tutto questo?  Lei avrà mille ragioni ma sinceramente mi è capitato molto ma molto raramente  vedere un Capo che voglia disfarsi di un valido elemento, creandosi ulteriori problemi sul lavoro, a meno che non sia un po' matto.
Concordo con Lei sulla risposta data: se il Suo Capo non è soddisfatto di Lei sta a lui licenziarLa. Se non lo vuole fare, sbaglia.
Si chieda però sempre perchè voglia licenziare proprio Lei.
Comunque, le risposte da dare per iscritto alla lettera di richiamo, sono semplici: le stesse che Lei ha scritto a me.
         Dall'inizio del mese Lei ha ricevuto verbalmente e più volte la richiesta di licenziarsi, senza motivazione
         rifiutando,  vi è stata una reazione non consona da parte del Suo Capo che ha preso ad insultarLa ed umiliarLa  (faccio nuovamente presente che uso termini da Lei scritti) per istigarLa a chiudere il rapporto di lavoro.
         È stato inoltre usato un tono minaccioso tale da farLe valutare l'opportunità di lasciare momentaneamente il luogo di lavoro al fine  di far si che si calmasse la situazione e non certo per altri motivi. Se ne scusi ma dica anche che se fosse rimasta, probabilmente il tono della discussione da parte del Suo Capo sarebbe ulteriormente aumentato e solo lasciando il lavoro ha bloccato questo stato di cose.

Se le cose stanno come ha detto, Le chiarisca così come sono. Usi toni calmi e sereni nella risposta alla lettera.
Può terminarla scrivendo che non comprende le motivazioni per cui il Suo Capo  abbia  agito proprio contro Lei, malgrado non vi siano mai stati (ammesso sia vero)  motivi  di lagnanze precedenti.
Infine, il suggerimento che do sempre. 
Indipendentemente da come la faccenda dovesse finire  ed ipotizzando che tutto si calmi, si dia comunque da fare per cercare un'altra occupazione.
Lavorare in un ambiente in cui non si è graditi o apprezzati, alla lunga crea tensione e stress, anche se si è dalla parte della ragione. Si finisce spesso per  demoralizzarsi e si inizia a lavorare male. Tutto allora diventa pesante ed inizia la demotivazione che è l'unica cosa da cui si dovrebbe cercare di stare alla larga.
Poi magari, quando sarà il momento, si prenderà Lei la soddisfazione di dire che se ne va, e magari nel momento più sbagliato per il Suo datore.
Cordiali saluti.

domenica 20 maggio 2012

PENTITO DAL RITORNO


Andrea     (loc. n.c.)

Buongiorno,
leggendo il Vostro blog ho trovato spesso spunti di riflessione interessanti ed è per questo che vorrei chiederVi un parere su una decisione intrapresa e che non si è rivelata oculata.
Dopo quasi 6 anni trascorsi in una azienda (come primo lavoro), a settembre scorso ho accettato una nuova offerta perchè la situazione finanziaria della ditta in cui operavo non era delle migliori. Il nuovo lavoro mi ha offerto condizioni nettamente migliori, ma mi ha obbligato a trasferirmi, anche se non era nelle mie intenzioni per motivi familiari.
Dopo 7 mesi sono stato ricontattato dalla precedente azienda per un possibile reinserimento. Nonostante le mie perplessità, più fonti mi avevano garantito l'entrata di alcune commesse piuttosto sostanziose, con prospettive più rassicuranti; anche un cambio nella direzione amministrativa mi  aveva fatto pensare ad aria nuova.
Dopo lunga riflessione ho poi deciso di accettare, più per motivi logistici personali, e di rientrare nella prima azienda, rinunciando anche alla posizione più appetibile che ricoprivo nella seconda.
Una volta rientrato ho dovuto constatare, purtroppo, che quanto dichiarato è ancora in fase di "evoluzione" e subordinato ad alcuni sviluppi, ed ho dovuto ricredermi su quanto si diceva in merito di non tornare sui propri passi. E' stato certo un rischio che ho accettato di assumermi, ma adesso mi trovo nella scomoda situazione di aver rinunciato ad un buon posto per tornare esattamente al punto di partenza.
Quindi adesso che fare? Attendere le evoluzioni o nel frattempo mettersi nuovamente in gioco alla ricerca di una nuova possibilità? E come inserire in modo accettabile questi cambi nel proprio curriculum?
Vi ringrazio per il vostro aiuto.

Andrea



Caro Andrea,
ciò che spesso ci rovina sono le fonti. Qualcuno dice; altri mi hanno detto; sembra che...; dovrebbe accadere...; probabilmente avverrà..; o ancor peggio, al posto del condizionale viene usato il futuro prossimo
o  il presente.
L'azienda sta avendo; a giorni arriveranno nuove commesse  ecc.ecc...
Nel momento in cui Lei stesso, dall'interno e quando c'era  si è reso conto che l'azienda non navigava in ottime acque tanto da farLe intuire che sarebbe stato meglio uscirne togliendosi dalle spalle quello che sarebbe potuto divenire un peso ed un problema; nel momento che è riuscito nell'intento trovandosi un altro posto che, a detta Sua, Le ha dato condizioni nettamente migliori, perchè tornare?
Posso capire che la Sua molla sia stata il rientro in famiglia ma avendo già accettato  mentalmente o per necessità il trasferimento, perchè non mantenere questa linea più certa e sicura?
Ogni trasferimento di lavoro è pesante all'inizio, poi, come tutto nella vita, si accetta, ci si adatta ed alla fine non è così tragico sopratutto quando dietro vi è la sicurezza di un lavoro che premia.
Quando viene richiesto un trasferimento che non è nella logica di chi lo deve sopportare ci si deve porre subito se farlo o meno. Si può non accettarlo e si torna a cercare un'occupazione sotto casa ma se lo si accetta si dovrebbe andare avanti.
Lei sa bene che, oltretutto, se ci si tiene alla carriera, in fase di un colloquio di lavoro chi è disponibile a trasferimenti o si è trasferito per lavoro è meglio considerato perchè dimostra una maggiore libertà e apertura mentale.
Non Le chiedo se nel lavoro che svolgeva nella seconda azienda si stava trovando bene perchè Lei stesso scrive che  tornando ha rinunciato ad un posto più appetibile che ricopriva e  ad un buon posto.
Ricordiamoci che la famiglia è felice se è unita e si vive serenamente ma, se pur essendo unita  non c'è serenità e sicurezza nel lavoro per garantire il proseguo come lo si vorrebbe, ne soffre anche la famiglia stessa.
La prima azienda Lo ha ricontattato dopo  sette mesi. Diffido sempre di un'azienda che ricontatta chi se n'è andato. Perchè lo fa?  Possibile che non abbia  all'interno qualcuno da far crescere? Necessita proprio di colui che è uscito? Ed allora perchè lo ha lasciato andare?
Già questo dimostra un po' di confusione nella gestione delle risorse, confusione che crea sempre grossi malumori tra il personale rimasto che vede, quando accade, il ritorno di uno che è uscito e che torna  magari con compiti maggiori e stipendio più alto.
La ricerca di riavere chi se n'è uscito dimostra spesso un vuoto gestionale delle risorse  che non è rassicurante. Se tanto mi dà tanto....anche il resto andrà nello stesso modo.
Veniamo al presente. Ora Lei è tornato per rendersi conto che poco è cambiato e che le promesse e quanto dichiarato sono ancora in fase di evoluzione (il che, sa bene, spesso significa, che non avverranno per niente).
Mi par di capire che Lei sia un Amministrativo, quindi più idoneo a sapere in che acque versi l'azienda. Non è un commerciale ma vivendo nell'azienda non dovrebbe essere difficile anche sapere come viene gestita la parte commerciale.
La gestione è ciò che vale. Quando sento parlare di arrivo di nuove commesse che “dovrebbero salvare il futuro” tremo un poco. Lo sento sempre dire quando le aziende non hanno più nulla da dare.
Forse, questo unito al fatto che il direttore amministrativo se n'era andato, avrebbe dovuto farLa riflettere un po'.
Ad ogni buon conto oggi Lei è lì. E' un rischio che ha accettato. Cosa devo dirLe?   Cambiando azienda ed andando verso qualcosa che non si conosce, vuol dire accettare un rischio. Tornare  in una situazione  che La fatta allontanare volontariamente ...non è un rischio, è un errore.
Dice bene quando scrive che  è al punto di partenza.  Ed ora che fare?
Rimanga, faccia al meglio il Suo lavoro; speri che arrivino questi cambiamenti e sviluppi ma non perda occasione per rimettersi sul mercato.
Il Suo curriculum può effettivamente soffrirne perchè è sempre poco giustificabile un rientro (che io tra l'altro sconsiglio sempre).  In un contatto diretto con un'azienda potrebbe anche essere non valutato ma se dovesse trattare con un'agenzia o un cacciatore di teste, lo noterebbero subito.
Vediamo cosa fare.  Lei potrebbe seguire questa logica:
non dire che se n'è andato dalla prima azienda perchè non tirava buon vento ma solo perchè la seconda Le offriva incrementi di guadagno e di carriera.
Inoltre: la prima azienda era dispiaciuta della Sua uscita e sin da subito aveva iniziato a contattarLa per un rientro.  La seconda azienda che Le aveva promesso carriera, a seguito di ristrutturazioni interne improvvise, aveva accantonato quello che doveva essere fatto quasi subito per Lei.
Insomma, un buon posto ma quasi certamente chiuso, facendo così venir meno le motivazioni del cambiamento.
Detto questo, tenga a mente questo filo conduttore: Lei ha una parola a cui tiene e vuole che anche gli altri l'abbiano con Lei. Se questa vien meno; se l'azienda in cui è andato ha promesso e non mantenuto, vien meno il Suo impegno a collaborare con l'azienda stessa.
Ad un ulteriore nuovo contatto avuto direttamente dalla Direzione per farLa tornare, con adeguamenti più che soddisfacenti di stipendio e ruolo, Lei ha così deciso di tornare anche se.....il ritorno in un'azienda lasciata non lo avrebbe voluto fare.
Questo è il filo più logico che intravedo nella Sua situazione.
Rimanga ma cerchi.
Cordiali saluti.

mercoledì 16 maggio 2012


VENDITE E CRISI

A.M.     Milano


Sono responsabile delle vendite in un'area del territorio italiano.  Da tempo mi sto preoccupando della situazione del commercio perchè mi rendo conto che i rischi di perdere il lavoro  ci siano, anche se ad oggi,  ho resistito abbastanza bene agli scossoni  dell'economia.
Posso sperare nel futuro? Posso, come tanti altri, pensare che si proseguirà e che questa crisi non sarà un nuovo 1929?
Può dirmi cosa ne pensa?



Mio caro A.M.,
cosa ne penso io vale poco ma poiché Lei me lo chiedi, Le rispondo.
Credo che non ci sarà un nuovo 29. Non c'eravamo  ma da ciò che sappiamo le situazioni erano effettivamente diverse.
Malgrado gli scandali e le banche che dovrebbero fare un lavoro e ne fanno un altro; malgrado un sottobosco di truffe legalmente accettate a scapito della collettività, malgrado i poteri della finanza abbiano preso il sopravvento mettendo loro uomini anche a capo di governi ritengo che la forza dei popoli delle nazioni sia più grande di tutto  questo.
Siamo stati tutti impoveriti e chi  ha permesso e promosso questo  si vanta pure di essere stato padre fondatore di questa situazione. Importante per lui o per  loro è ricordare solo le poche cose positive che ciò ha portato, dimenticando, ignorando o fingendo che non esistano le cose negative. Tutto qua.
Ma ce la faremo.
Da tempo è sotto gli occhi una situazione commerciale non certo positiva, in cui operare è davvero difficile. In queste situazioni valgono poche ma precise regole.
Tenere  a bada i conti. Se un tempo si era piuttosto tolleranti con i pagamenti dei clienti, oggi non lo si deve più accettare.
Vanno eliminati tutti i clienti che non mantengono le scadenze o, quantomeno, in caso non si vogliano perderli, inviare sempre ordini ridotti per diminuire il rischio.
Meglio vendere un po' meno ma incassare.
Consegnare merce solo ad avvenuto pagamento dell'ordine precedente, senza inventare cose astruse.
E' sufficiente dire ai clienti che l'azienda non può esporsi e che deve limitare i rischi. Se il cliente è intelligente capirà, perchè anche lui dovrebbe agire nello stesso modo con i propri clienti.
Circa le vendite poi, se Lei vende un prodotto qualitativamente buono, non dovrebbe temere scossoni più di tanto.
Solitamente le aziende che soffrono di queste  situazioni sono coloro che vendono prodotti di scarsa qualità. Nei periodi di crisi, si tende a spendere meno  ma quel poco che si acquista lo si  vuole di buona qualità.
Sono sempre le piccole aziende che hanno poco da dare a soffrire di più.
Sia più vicino ai clienti. Ascolti le loro difficoltà, dia loro suggerimenti ma sia cortesemente inflessibile. Dia loro aiuti per far capire come devono a loro volta agire, ma non ceda sui principi di correttezza che il cliente deve avere verso Lei che lo fornisce.
Tenga presente che un cliente non ha, oggi, alcun interesse a cambiare fornitore perchè con quello attuale ha già passato le forche caudine dell'analisi degli uffici amministrativi mentre con un fornitore nuovo, probabilmente non avrebbe alcun fido e quindi difficoltà ad iniziare un rapporto.
Forza allora. Si rimbocchi le maniche come certamente starà già facendo e prosegua il lavoro. Esca il mattino con entusiasmo; incontri i clienti col sorriso; li aiuti ad avere fiducia e vedrà che l'ottimismo alla fine sarà contagioso.
Tutti hanno bisogno di vedere che c'è qualcun altro che ha speranza.  Gliela dia e Le saranno riconoscenti.
Cordiali saluti