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lunedì 23 aprile 2012

PORTARE IL CAFFE'

Franco L. ( Padova)

Leggo spesso questo vostro spazio prendendo spunti anche da risposte già date in passato perchè mi rendo conto che i temi trattati e quanto da lei detto non hanno età, vanno sempre bene.
La voglia però di scrivere per avere una risposta personale mi tenta troppo ed ecco perchè lo faccio anch'io.
Ho 24 anni, sono laureato e da solo pochi mesi lavoro come assistente di direzione.
Il mio compito, nel job avuto, è di aiuto al Capo nello sviluppo delle strategie bla, bla bla...
Ad oggi però, dopo tante parole, mi sembra che le cose siano un po' ferme. Strategie su cui aiutare ce ne sono poche, anzi quasi nulla.
Faccio lavoro di segreteria. E' vero che la situazione attuale non permette forse grandi studi per sviluppare ciò che non c'è, e questo mi porta quindi ad aiutare il mio Capo cercando di essere la Sua mente nel pianificare meeting, incontri ed appuntamenti.
Il mio Capo mi dice di avere pazienza perchè si accorge anche lui della situazione però non mi aiuta. Come posso fare?
Partecipo alle riunioni al suo fianco ma solo per assistere e quando mi rivolge la parola è per chiedermi di andare a prendere il classico caffè per i partecipanti.
A dire il vero mi sento un po' frustrato.
Cosa posso fare?


Caro Franco,
capisco che Tu possa sentirsi frustrato ma penso anche che se avessero voluto solo assistenza alla Direzione, avrebbero certamente assunto una segretaria che trovo più adatta alla gestione di un Capo.
Evidentemente c'era il progetto e probabilmente c'è ancora di mettere a fianco del Capo una figura che possa, in futuro, coadiuvarlo in toto.
Oggi che fare? Personalmente manderei giù il rospo (se per Te lo è) e proseguirei senza problemi. Nessuno nasce imparato, dicono nel nostro Sud, e se vuoi un domani essere pronto a prendere magari il Suo posto, inizia da dove sei, facendo esperienza.
Fare esperienza significa prendere coscienza dei meccanismi dell'azienda; capire il business, conoscere i legami, gli intrecci, le strategie. I prodotti. Tutto questo avviene, sopratutto all'inizio, ascoltando. E per ascoltare bene ed imparare occorre essere nella stanza dei bottoni o meglio, essere presenti nelle riunioni dove si discute di tutto.
Tu ci sei e sei fortunato. La maggior parte non può nemmeno avvicinarsi ed è per questo che rimane fuori dai giochi di crescita. Ed è anche per questo che spesso le segretarie dei Capi, che partecipano ai meeting con un notes, ne sanno molto più dei collaboratori diretti.
Continua a portare i caffè, quando Te lo chiedono perchè è il modo migliore per far capire che devi sempre essere invitato....visto che sei utile.
Scherzi a parte, non vergognarTi di farlo. Molto probabilmente il Tuo Capo, a suo tempo, l'avrà fatto anche lui.
Approfitta quindi anche di questo per partecipare e per “abbeverarTi” di tutto. Vedrai che un giorno Ti accorgerai di avere acquisito grandi conoscenze senza esserTene accorto.
In quel momento Ti domanderai come avrai fatto. La risposta è: portando il caffè quando Te lo chiedevano.
In bocca al lupo.

mercoledì 18 aprile 2012

TORNARE O NON TORNARE ?

S.M. (loc. n.c.)

Buonasera, complimenti per il Vs blog, ho trovato consigli utili e competenti. Vi scrivo perchè mi trovo in una situazione spiacevole: mi sono laureata 1 anno fa, dopo poco ho trovato lavoro come segretaria di direzione, in un'azienda stabile ed affidabile, ma non lo trovavo stimolante e sopratutto non mi offriva la possibilità di accrescere le mie competenze per poter svolgere un lavoro più qualificante.
Dopo neanche 1 anno di lavoro ho trovato un altro impiego nel marketing che, a detta del datore di lavoro, mi avrebbe dovuto offrire formazione, contratto a tempo indeterminato, dopo un periodo limitato a tempo determinato, e possibilità di crescita.
Mi è sembrata l'opportunità perfetta, quindi ho deciso di dare le dimissioni. Purtroppo già dopo pochi giorni mi sono accorta che questa seconda esperienza è fallimentare poichè l'azienda è sul punto di chiudere. Naturalmente al colloquio ho cercato di fare le domande giuste e di carpire quante più informazioni possibile, e ora mi accorgo che il datore di lavoro non è stato del tutto trasparente.
Purtroppo queste cose si capiscono solo dopo! In questa azienda non c'è lavoro e con ogni probabilità non mi confermeranno il contratto dopo il periodo di prova, inoltre il posto non mi piace in quanto è poco serio e poco professionale.
Ora sto cercando un altro impiego ma la situazione è drammatica..ho fatto un colloquio ma il problema è che le aziende cercano persone con esperienza per non dovere sprecare tempo a insegnare una mansione che sarà svolta da una persona in sostituzione (ora si trovano solo sostituzioni).
Ora i colleghi del primo lavoro mi dicono che l'azienda non ha ancora trovato una persona per sostituirmi e sto valutando se chiedere di tornare..so che avete già trattato un argomento simile qui sul blog e che è sempre sconsigliato tornare sui propri passi al vecchio lavoro se non sono loro a fare un'offerta..ma nello specifico della mia situazione cosa consigliereste?
Rischiare di rimanere senza occupazione per un tempo indefinito oppure chiedere di essere ripreso al vecchio posto di lavoro?
Ma tornare al vecchio posto implicherebbe tante altre cose come rimanerci per molto tempo (non si può tornare e andare via dopo poco)..cosa faccio? La situazione è molto negativa per il mercato del lavoro e questo non aiuta ad affrontarlo con l'atteggiamento positivo che sarebbe necessario.
Grazie per il vostro aiuto



Mia cara S.M.,
Lei ha già letto altre precedenti risposte e quindi sa che, di norma, suggerisco di non fare retromarcia una volta fatta una scelta diversa. Ma una regola, o norma che sia, prevede sempre un'eccezione. Forse il Suo caso la è.
Analizziamolo assieme e cerchiamo di capire come sia possibile muoversi.
Si è laureata 1 anno fa e, fortunatamente per Lei, ha subito trovato un lavoro. Forse lo ha ritenuto non adatto; le Sue aspettative erano altre ma aver trovato quell'occasione, appena laureata e senza che Le venisse chiesta esperienza...avrebbe dovuto farLa riflettere e considerare l'opportunità per quello che era: una buona, ottima scuola per iniziare a “capire” il mondo del lavoro.
Non l'ha però trovata stimolante questa occupazione e ha deciso di guardarsi attorno.
Una segretaria di Direzione, sopratutto se alle prime armi e senza esperienza, dovrebbe consolidare meglio la propria posizione.
Più volte ho scritto che una mansione “importante”, anche se spesso sottovalutata, è proprio quella che Lei ha snobbato. Se si ha pazienza e si vuole imparare, questa posizione è quella che offre maggiori opportunità.
Occorre però, come dico sempre, “rubare” al proprio Capo: Vedere ciò che fa; intuire ciò che farà, come si comporterà in ogni situazione; che strategie attuerà e così via. Inizialmente magari non ci si azzeccherà; si pensa che andrebbe attuata una strategia ed il Capo ne sceglierà un'altra. Si pensa che in una situazione egli agirà in un determinato modo ed invece farà diversamente. Poco importa.
Ciò che importa è, per la persona che vuole crescere, analizzare le proprie convinzioni ed il proprio pensiero rispetto a quello del Capo. Arriverà il momento che i due comportamenti o i due modi di vedere il lavoro e le strategie saranno molto simili e se non lo fossero, sarà possibile, successivamente, capire quale dei due modi era corretto.
Un anno non basta, mia cara, per tutto questo. Lei ha chiuso questa esperienza prima che Le fosse di vero aiuto per il Suo futuro. E forse, per quanto ho capito, anche nell'anno in cui ha operato, lo ha fatto senza impegnarsi a crescere, pensando da subito, o da poco dopo, che quel lavoro non Le avrebbe dato nulla e non le sarebbe servito.
Pensare questo, durante il periodo di lavoro stesso, è quanto di peggio possa esserci perchè demotiva e fa si che non ci sia passione. E se non c'è passione non potrà mai esserci crescita interiore.
Ed ecco che fatto il primo errore, cresciuto e sviluppato sull'onda della non passione, ha pensato bene di farne un altro.
Non è stata, per carità, tutta colpa Sua, ma ammetta che una buona parte, si.
E' andata ad un colloquio ed ha pensato, con poca o nulla esperienza, che le Sue domande investigative sull'azienda e sul lavoro fossero sufficienti per una decisione.
Probabilmente il datore di lavoro non sarà stato trasparente ma poiché mi pare capire che Lei non conoscesse l'azienda, forse avrebbe dovuto, prima di accettare, chiedere informazioni.
Un'azienda che, come dice, è sull'orlo del fallimento e Lei lo ha scoperto addirittura dopo pochi giorni dall'inserimento, non poteva non esserlo anche prima.
Non sarà, cara, che nella foga di voler cambiare e nel sentir dire che Le veniva offerta una posizione nel Marketing, lei abbia abbassato totalmente le Sue difese?
Mi viene però da chiedermi perchè mai un'azienda sull'orlo del fallimento stia ad assumere qualcuno che non potrà mai servirle. E' piuttosto strano come comportamento.
Non dica più, però, che queste cose si capiscono solo “dopo”. E' un modo per dire che se si trova in questa situazione è colpa del destino, del Suo nuovo Capo, del tempo piovoso, del Governo... tranne che Sua.
Queste cose devono essere capite prima e sono certo che, d'ora innanzi, le capirà al momento giusto.
Trova anche il posto poco serio e poco professionale: lo sarà senza dubbio ma Lei non aggiunga anche il malessere che porta dentro, altrimenti sin quando rimarrà lì, vivrà ancor peggio ciò che vive male.
Scrive d'aver fatto un colloquio con la classica risposta negativa. Succede, non ne faccia un dramma.
Tenga presente comunque che Lei, se si presenta per posizioni legate al Marketing, non può effettivamente essere appetibile.
Lei occupa una posizione da pochi mesi (scrive infatti che probabilmente dopo il periodo di prova non verrà riconfermata) e, visto che oltretutto, in azienda si fa ben poco, ha anche ben poco da vendere.
Chi Le ha fatto il colloquio, avrà visto o Lei avrà detto che dopo un'esperienza di un anno nella prima azienda è da poco in questa seconda e sta già cercando d'andarsene. Un intervistatore è molto attento a questi repentini cambi. Lo ricordi in futuro.
Occorre sempre radicarsi bene in una posizione ed in un'azienda, prima di cercare altrove. La fedeltà o comunque gli anni di permanenza sono anche garanzia che la persona, se veniva tenuta, evidentemente è perchè svolgeva bene il proprio lavoro.
Ed ora che fare?
Certo, la prima azienda adesso fa gola. E' il salvagente. Davanti al vuoto, come posso dirLe di non tentare un rientro?
Dovrebbe però, come ho già consigliato, cercare l'aiuto di qualcuno all'interno che possa magari rifare il Suo nome a chi di dovere. E' possibile?
Oppure, potrebbe andare a trovare un'amica e farsi notare; come anche sarebbe utile sapere dove sia possibile incontrare il Direttore o la Proprietà (un bar del mezzogiorno?) e fingere un incontro casuale per fare un saluto e parlare del più e del meno, sino ad arrivare a farsi chiedere “cosa fa ora?”.
Se non c'è alcuna possibilità o strada da percorrere tra quelle dette, e se vuole questo ritorno, faccia brutalmente la Sua richiesta.
Male che vada Le risponderanno no e non avrà quel rientro esattamente come se non facesse nulla. Insomma, non ha nulla da perdere.
Però ora devo dirLe un'ultima cosa. Lei scrive:
“.....Ma tornare al vecchio posto implicherebbe tante altre cose come rimanerci per molto tempo (non si può tornare e andare via dopo poco)..cosa faccio? La situazione è molto negativa per il mercato del lavoro e questo non aiuta ad affrontarlo con l'atteggiamento positivo che sarebbe necessario.....”
Ecco. Se Lei vuole tornare dov'era, pensando già che questo Le comporterebbe rimanerci per molto tempo, lasciando quindi capire che la cosa non è totalmente di Suo gradimento, beh, non lo faccia. Non è certamente un comportamento corretto accettare un lavoro già con la mente propensa ad andarsene. Se dovessero ridarLe quel lavoro, dovrebbe solo ringraziare ed essere riconoscente. Se ritiene di non volerlo essere, abbia il coraggio di non tornare, anche perchè tornare e cercare colloqui per ricambiare ancora è deleterio per il Suo curriculum
Se tornasse, agisca come ho scritto all'inizio della risposta e tra qualche anno sarà pronta per nuove posizioni.
Sappia che è meglio essere l'ultimo dei primi piuttosto che il primo degli ultimi.
In bocca al lupo.

domenica 15 aprile 2012

LAVORARE COME IL CAPO

Ugo B. Lombardia

Dopo una sofferta laurea, sofferta perchè man mano che proseguivo e cercavo di trovare un lavoro mi accorgevo delle forti resistenze nell'ambito del lavoro verso chi si presentava come laureato o laureando, ho finalmente trovato un'occupazione.
Questo è accaduto sei mesi fa. Mi sono inserito in un team di lavoro in una buona,almeno spero, azienda e cerco di fare il meglio.
Mi capita però spesso di svolgere e portare avanti tematiche che mi chiede il mio Capo e che io porto avanti come vuole lui ma che, personalmente, svolgerei e svilupperei diversamente. Non tanto perchè lui fa errori, anzi è bravo ma perchè il mio modo di ragionare e di seguire un certo filo mi porterebbe ad agire diversamente.
Questo fa si che spesso mi ritrovi a portare avanti in modo automatico e senza passione ciò che potrebbe invece averne bisogno. Non ne sono contento ma non so trovare un modo diverso di agire. Sbaglio e non so in cosa. Chiedo aiuto se ritiene di potermi dire qualcosa Le sarò grato perchè vorrei rimanere in quest'azienda, lavorare con questo Capo, che ritengo valido, e fare carriera


Mio caro Ugo,
potrei dirTi molto ma forse bastano poche parole.
Prima regola assoluta: porta avanti al meglio il lavoro che devi svolgere, sempre, con professionalità. Poi, fallo, ma non pensando a come secondo Te andrebbe svolto. Non Ti sto dicendo che devi divenire un robot che non riflette ma che devi agire, nello svolgimento di un compito, come se Tu fossi il Tuo Capo.
Complicato? No, per niente.
Cerca di comprendere perchè lui vuole che una cosa sia fatta come dice e vedrai che pian piano avrai chiare le strategie e le linee di condotta che oggi lui ha e che, pur non comprendendole, alla fine ritieni valide.
Il Tuo Capo vede le cose meglio di Te per il fatto che lui ha maggiori informazioni ed una visione dei problemi più ampia di quanto non abbiate Voi collaboratori.
Ebbene, se vuoi arrivare a divenire come lui....impara a ragionare come lui. Ipotizza davvero d'essere lui, cercando di carpire il Suo modo di lavorare.
Se necessario, prima di iniziare un lavoro, chiedi maggiori informazioni e poi....sdoppiati. Lascia Ugo alla sua scrivania e trasportaTi mentalmente a quella del Tuo Capo.
Pensa a cosa vorrebbe lui; come agirebbe lui, come porterebbe avanti il progetto lui.
Col tempo poi vedrai che anche Ugo, che avevi lasciato alla Sua scrivania, imparerà ad agire nello stesso modo, senza più forzature.
Scrivimi ancora se vuoi.
Ciao

domenica 26 febbraio 2012

QUOTE SOCIETARIE

L. (loc. n.d.)

Salve,
Da qualche mese sto lavorando ad un progetto web in ambito culturale/creativo europeo che sta riscontrando un discreto successo in termini di partnership e ipotetici sponsor. I tempi di un reale guadagno sono ancora all'orizzonte ma questo piano piano si avvicina e non vorrei trovarmi impreparata nel momento di un'eventuale divisione di spese e ricavi tra collaboratori ed investitori.
Al momento 3 singoli individui (me inclusa) svolgono ruoli essenziali di coordinazione delle risorse e sviluppo di idee e contatti. Inoltre, una societa' composta da 3 persone si occupa degli aspetti legati alla produzione video, al momento ancora fermi, e una societa' formata da altre 3 persone si occupa dello sviluppo del sito web e della grafica.
La mia idea iniziale e' stata sviluppata ma non modificata dagli altri membri e in termini di contatti importanti, siamo in 2 ad avere in mano le fila del tutto.
Tutti investiamo in termini di manodopera volontaria, nessuno viene retribuito e i pochi investimenti iniziali saranno di tasca mia, come anche a nome mio e' registrato il dominio web e sara' registrato il nome della societa'. Risorse tecniche come server e attrezzatura saranno messi a disposizione dalle altre societa' in quanto materiale pre-acquistato, non specifico per il progetto.
E' gia' possibile ipotizzare una divisione percentuale di profitto nel momento in cui si muoveranno dei finanziamenti?
E' sensato vedere le due societa' come due individui e quindi assegnare una quota collettiva che poi loro provvederanno a dividere oppure e' necessario vedere ogni singolo partecipante come individuo a se' anche quando parte di una società pre-costituita?
So che queste domande possono sembrare banali ma sono proprio le basi a generale piu' conflitti e incomprensioni se non trattate approfonditamente fin dal principio.
Spero in un vostro parere e consiglio. Se servono ulteriori delucidazioni non esitate a contattarmi.
Intanto complimenti per il blog, molto utile e chiaro.
Grazie
L.


Gentile L.,
è davvero molto difficile darLe un consiglio perchè quando si parte con un progetto tutto è lecito e consentito. Non essendoci nulla di definito, tutto si può discutere; anzi si deve discutere.
E, se posso dire, ogni possibile chiarimento va fatto prima di iniziare. Nella creazione di una società come quella che sta mettendo in piedi entrano diversi fattori anche personali che non sono tenuti in considerazione quando in una società le persone che collaborano sono sconosciuti assunti per svolgere un lavoro.
Nel Suo caso, mi par di capire che, bene o male, vi conosciate ed avete già tra Voi un certo rapporto, magari di amicizia. In ogni caso, anche se così non fosse, la partecipazione “come soci” crea un legame diverso da un rapporto di dipendenza vero e proprio.
Diciamo allora che, solitamente chi porta i capitali iniziali prende o chiede la quota di maggioranza perchè se questi non fossero portati, la società non avrebbe modo di partire e quindi si dà a questa soluzione un maggiore peso.
Tutti voi investite in manodopera volontaria; ciò non toglie che i pochi o tanti investimenti iniziali vengono portati da Lei e Suo è anche il dominio web e la registrazione della società. Di norma un valore questo lo ha.
Prima di dirLe le opzioni possibili, torno ad un punto che mi è caro.
Personalmente convocherei un meeting mettendo all'ordine del giorno una discussione su come gestire le quote societarie proporzionalmente all'apporto del lavoro o degli investimenti di ognuno.
Lo farei dicendo esattamente ed in anticipo questo, in modo che i partecipanti possano avere il tempo di sviluppare una propria idea sul tema.
Un meeting così è molto più difficile da gestire perchè quando un partecipante, pensandoci prima, si sarà fatta un'idea sulla cosa, cercherà di portarla avanti e sarà poco disposto a variarla.
Ma lo farei ugualmente perchè è meglio che le discussioni ed i chiarimenti vengano fuori prima piuttosto che a società avviata.
Chi accetta supinamente tutto perchè al momento della discussione non è preparato, può benissimo riflettere successivamente dando il via a successive situazioni di scontento che si possono riversare sul lavoro.
Se qualcosa deve essere chiarita quindi, meglio subito.

Ora, il Suo dubbio è come dividere i profitti quando ci saranno ed è a questo che cercherò di risponderLe.
Scrive: “E' gia' possibile ipotizzare una divisione percentuale di profitto nel momento in cui si muoveranno dei finanziamenti?” Non solo è possibile ma va chiarita proprio prima.
“E' sensato vedere le due societa' come due individui e quindi assegnare una quota collettiva che poi loro provvederanno a dividere oppure e' necessario vedere ogni singolo partecipante come individuo a se' anche quando parte di una società pre-costituita? “
Se le società sono e rimangono due, può esserlo e questo semplifica le cose.
Come fare? Occorre dare un peso percentuale al valore dei capitali apportati per l'inizio dell'attività. Tanto più sono stati o sono necessari, maggiore è l'incidenza che essi hanno sul valore della società.
Poi calcolate il peso dell'apporto dell'uso dell'attrezzatura o quant'altro. Infine, se c'è altro, date un valore anche a questo.
Le ho già anticipato che una possibilità può essere di dare un peso all'idea e quindi a chi l'idea l'ha avuta. L'apporto di capitali può essere un altro punto di differenziazione che andrebbe premiato. Così come ha un valore l'apporto o l'uso di sistemi o macchinari che, pur non acquistati, siano resi disponibili da chi può farlo.
Questo però ad una condizione: che l'uso sia certo, come i capitali apportati, e non provvisorio o aleatorio perchè se dopo aver iniziato l'attività e diviso le quote, questi venissero a mancare, vi sarebbe qualcuno premiato per qualcosa che non c'è più.

Insomma, al di là del valore del lavoro di ognuno, andrebbero calcolati i valori di queste cose. Poi, può essere che ad essi venga dato, per magnanimità, un valore simbolico o addirittura nullo. Sta a Lei o a Voi deciderlo.
Poiché però Lei ha portato i capitali e l'idea, pur se sviluppata da altri, appare logico pensare che la quota maggiore dovrebbe toccare a Lei ma, dato che mi parla di “due società”, diciamo che si potrebbe ipotizzare un valore paritario delle partecipazioni al 50%.
Scommetto si chiederà subito cosa farei io. Le rispondo che se mi trovassi in una iniziativa tra veri amici, certamente non ne terrei conto ma se fossi in una situazione di collaborazione diversa, darei un peso al capitale e a chi permette l'uso di macchine utili allo svolgimento del lavoro.
Può quindi arrivare a valutare due singole società distinte che si divideranno gli utili al 50% e che poi parteciperanno in egual misura alle spese di gestione ed al pagamento, nella misura concordata, dei collaboratori.
Ancora, potrebbe valutare una sola società in cui Lei apparirebbe come socio di capitale che, avendo una quota del 50%, godrebbe del 50% degli utili finali della società.
Credo però che l'idea sia di compensare i collaboratori non tanto con uno stipendio ma con la quota di un eventuale utile che la società dovrebbe dare.
Se così fosse, si avrebbe un 50% a Lei ed un 50% ad altri da cui togliere le percentuali per i collaboratori.
Dato che Lei parla di una società di 3 persone + un'altra società di altre 3 persone, se ne conviene che costoro dovrebbero rientrare nel famoso 50% del Suo ipotetico socio, con quote quindi che saranno, se va bene, del 5%. Sempre che il Suo socio accetti di accontentarsi del 20% netto.
In quest'ultima ipotesi, per rendere costruttiva e realizzabile l'idea, occorrerebbe pensare a quote minori da subito anche per i soci fondatori. Si potrebbe pensare ad un 25%. Si avrebbe così il 50% per Voi due ed un 50% di quote da dividere tra gli altri.

Per farLe venire ulteriormente il mal di testa, Le dico che un valore societario andrebbe dato anche a chi porterà materialmente clienti e fatturato su cui la società baserà gli utili.
Per semplificare tutto, invece, Le dico che si potrebbe creare una società con tutte quote divise in parti uguali (cooperativa) indipendentemente da ciò che ognuno ha apportato e basandosi solo sul fatto che tutti lavoreranno per far si che la società arrivi al massimo.
Come vede le ipotesi sono diverse ed altre potrebbero essercene. Ho iniziato dicendo che non c'è nulla di definito e tutto può essere fatto a condizione che coloro che partecipano sappiano e siano d'accordo.
Lei, se vuole, faccia presente che, comunque, chi porta capitali o uso di macchine dovrà essere inteso come socio prioritario e che questo significa godere di una quota maggiore. Poi starà a Lei identificare la quota minima oltre cui non vorrà andare.
Parlatene con serenità e disponibilità ad accettare le motivazioni di tutti.
Le auguro successo di tutto cuore.

lunedì 20 febbraio 2012

VENDERE NEGOZIO

b.b. (loc. n.c.)

Salve,
ho un negozio di gadget, accessori moda, bigiotteria aperto da 1 anno e mezzo, vorrei venderlo ma non so se la cifra che pensavo di chiedere possa andar bene...
Il primo anno di attivita' ho fatturato 32000 € con un utile fiscale di 6000 €.
Per l'avviamento ho speso sulle 20000 €, vorrei sapere se puo' essere una cifra da poter chiedere con merce e arredamento compresi.
Aggiungo che il negozio si trova in una zona centralissima e con alto passaggio pedonale e in questi 6 mesi del secondo anno sto notando un miglioramento negli incassi rispetto il primo anno.
Spero in un vostro consiglio
Grazie


Gentilissima,
il periodo non è certo dei migliori per vendere un negozio. La situazione economica non è tale da decidere di investire in negozi e questo porta, inevitabilmente, ad un deprezzamento del valore del bene.
E' anche vero che, per un investitore col fiuto, acquistare oggi potrebbe voler dire fare un affare. Le possibilità di comperare a poco, ci sono. Il guaio è che l'affare non è per chi vuole vendere.
Quando c'è crisi, se la situazione economica lo permette non si dovrebbe mai vendere. Molto meglio guardare al futuro, alla ripresa, e resistere. Ma solo se la situazione personale lo permette!
Invece, quasi sempre, alle prime difficoltà, si ha paura e ci si vuole disfare dell'attività. E questo costa!
Lei scrive che gli incassi degli ultimi sei mesi sono in progressivo aumento rispetto al primo anno.
Non è poco. Ha avuto un inizio lento ma se le cose vanno meglio e se può permetterselo, forse potrebbe continuare. Se riesce a sviluppare ancora il lavoro, al di là di un maggiore guadagno aumenterebbe anche le possibili pretese in una successiva vendita.
Se Lei mi avesse scritto d'avere il punto vendita in una zona periferica, con poco passaggio, Le avrei probabilmente detto “perchè mai ha aperto un negozio” ma visto che scrive d'averlo in zona centralissima e di forte passaggio....perchè non pensa invece a stimolare ulteriormente le vendite con qualche forma promozionale. Se cerca in archivio troverà diversi suggerimenti per stimolare le vendite nei punti vendita. Veda se qualcuno può andar bene anche per Lei.
Detto questo, è giusto che risponda alla Sua domanda.
Per la richiesta di vendita può calcolare il fatturato di un anno più valore arredamento e merci in magazzino. Nel Suo caso abbiamo 32 mila euro, in crescita, più all'incirca i 20 mila di avviamento, arrivando a 52 mila. Questa è una cifra teorica di partenza su cui basare la trattativa.
Altra possibilità di calcolo è data da 7 anni di utile. Se per Lei è stato di 6 mila euro (ed è in crescita) avremmo 42 mila euro. A questo andrebbero aggiunti le merci in giacenza e l'arredamento che, dopo un anno, è quasi nuovo. Diciamo che si potrebbe arrivare attorno ai 60 mila euro.
Tra la prima ipotesi di 52 mila e la seconda che può arrivare a 60 mila, diciamo che potrebbe arrivare a chiedere 55 mila.
Poi, come Le ho detto, tutto dipende dal compratore. Se trova chi è davvero interessato può partire da 60 mila e non scendere; se deve per forza liberarsi dell'attività, scenda sin dove vuole, avendo coscienza dei valori.
Cordiali saluti

venerdì 17 febbraio 2012

RICHIAMO

A.C. Lombardia

Buongiorno, volevo un' informazione, al mio ragazzo a fine dicembre gli è stata consegnata una lettera di richiamo, poichè la mattina dello stesso giorno il direttore della ditta presso cui lavora gli ha ordinato tramite il suo responsabile(quindi non direttamente il direttore)di pulire i vetri, i muri dopo aver svolto le sue mansioni quotidiane; specifico è un 4° livello ccnl pubblici esercizi manutentore macchine da gioco(slot, bowling, ecc), il mio ragazzo ha contestato la cosa poichè gli era stato già chiesto la settimana prima, è lui l' ha svolto nonostante non fosse di sua competenza, ed anche perchè vengo chiesti sempre a lui sti lavori e sono in 5manutentori, nonostante il battibecco alla fine lui ha pulito le vetrate per non litigarci; a fine turno gli è stata consegnata questa lettera di richiamo, dove chiedevano spiegazioni del suo comportamento.Ha risposto entro i 5gg come da lettera allegata, il direttore ieri alla fine del turno gli ha dato un' altra lettera con su scritto che le sue motivazioni non sono valide, poichè quei lavori non li svolge tutti i giorni ma solo saltuariamente e che deve rispondere entro 20gg tramite ccnq. Ci dobbiamo preoccupare? Poichè sò che alla 3° lettera c'è il licenziamento, cosa ci consigliate di fare?
grazie mille



Mia cara A.,
dietro le lettere di richiamo quasi sempre ci sono motivazioni che nulla hanno a che fare con quanto contestato.
In altri termini, a volte sul lavoro si sviluppano tensioni, malumori, antipatie che possono nascere da un Capo che pretende, ordina e poco accetta, come da un dipendente che non ha voglia di fare nulla più di quanto non sia concordato o che ha rapporti difficili con l'ambiente o altro ancora.
Queste situazioni aumentano il livello di non sopportazione tra le parti in causa. Un dipendente diventa, così, antipatico ed il datore di lavoro lo vede diversamente da come lo vedeva prima o, il datore di lavoro, viene visto come un dittatore che comanda e non accetta risposte negative.
La verità di ciò che accade tra le parti in questi casi sta sempre, come si dice, nel mezzo.
Il Capo chiede qualcosa che non è di pertinenza del lavoratore presumendo che costui lo possa fare per collaborazione e scopre invece che il lavoratore si ribella per poca volontà o anche solo per principio.
Spesso dietro a queste situazioni ci sono insoddisfazioni sulla collaborazione.
Ancora: il Capo vede il collaboratore con poca voglia, distratto, pretenzioso, attento solo ai diritti e meno ai doveri e quindi capisce che se si libera di quell'aiuto, forse è meglio. Accantona quelle sensazioni ma alla prima occasione di dissidio, esse tornano prepotentemente alla ribalta e tutto si somma.
Spesso, scrivo che quando si entra in queste situazioni di richiami, la cosa migliore è di cercare un altro lavoro anche perchè, dopo, le cose non rimarranno più le stesse e, torto o ragione, anche la vita personale del dipendente ne soffrirà.
Circa il licenziamento, non credo che la situazione descritta sia tale da portare all'allontanamento. Probabilmente secondo me, c'è stato più desiderio di far capire al dipendente che quando viene chiesto qualcosa, sarebbe giusto farlo. Dare una mano, senza pensare “lo chiedono solo a me e non agli altri” può portare più vantaggi che altro.
Va ricordato sempre, ma sempre, che un datore di lavoro difficilmente si va a creare problemi eliminando un collaboratore che porta vantaggi e che svolge un ruolo di aiuto con coscienza.
E' così difficile trovare brava gente che quando la si trova la si tiene stretta. Perchè mettersi a discutere con chi è utile al gruppo? E che soddisfazione si può trovare seppoi quella persona se ne dovesse andare? Perdere un elemento valido per una ripicca è un po' da stupidi.
E, da parte del dipendente, volersi attenere strenuamente al mansionario relativo al proprio livello non porta vantaggi. Dimostra solo che si è puntigliosi e, mi scusi, non collaborativi.
Dire o anche solo pensare “io non faccio quella cosa perchè non è nel mio ruolo in quanto io sono di livello superiore a quanto mi si chiede” può essere giusto sotto l'aspetto delle norme contrattuali ma certamente dimostra una persona che svolge un lavoro non perchè lo sente suo o lo appassiona ma solo perchè è obbligato a farlo.
Nessuno fa testo, per carità, ma io stesso, mentre ricoprivo incarichi di notevole responsabilità, mi sono trovato più volte nella mia vita lavorativa, in situazioni improvvise, a rimboccarmi le maniche aiutando l'ultimo dei collaboratori per far si che il lavoro si svolgesse secondo i piani. Non ho mai pensato che quel lavoro non avrei dovuto farlo perchè non era degno del mio livello.
Questo per dire che in un gruppo, tutti dovrebbero essere pronti a fare tutto, senza tenere il conto delle volte che viene chiesto a lui o ad altri. Anzi, più un Capo si rivolge ad un collaboratore e lo vede pronto, maggiore sarà la considerazione che avrà in lui, relativamente alla disponibilità.
Ora, il Suo ragazzo agisca come crede. Sotto l'aspetto contrattuale e di livello ha, come Le ho detto, ragione. Insistere a puntualizzare non lo rende più colpevole ma lo pone sotto una cattiva luce.
Al di là della situazione attuale quindi, sta a lui vedere se vuole vivere di etichette o di contenuti.
Ora, cosa fare? Se volete andare avanti nella disputa, rispondete nuovamente. Fate scrivere la risposta a chi ha vi ha suggerito la prima (che andava bene) oppure rivolgeteVi ad un patronato di un qualsiasi Sindacato che Vi potrà dare ogni suggerimento utile.
In bocca al lupo!

venerdì 20 gennaio 2012

CURRICULA A CASO

Ieri è arrivata una mail di cui riporto il testo introduttivo:
Spettabile Ditta,
con la presente allego il mio curriclum vitae e la mia lettera di presentazione.
Ringraziando per l'attenzione, porgo Cordiali Saluti

Nessuno ha chiesto alla persona che ha scritto di inviare un curriculum anche perchè, non essendocene necessità avremmo fatto perdere tempo inutile ed illuso per niente lo scrivente. Per curiosità, comunque, ho aperto gli allegati.
Il primo iniziava così:
Spettabile Ditta,
vi allego il mio curriculum vitae dettagliato in modo che possiate prendere in considerazione la mia candidatura.


Basta questo per comprendere come lo scrivente stia commettendo errori con azioni inutili che a nulla porteranno.
Pur avendo detto e ridetto che non si devono inviare curricula a caso, torno a spiegare perchè non lo si deve fare, in modo che altri non continuino a cadere nei soliti errori.

Non si inviano lettere a caso alla Spettabile azienda, senza il nome dell'azienda, perchè si dimostra subito scarsa “intelligenza” di presentazione. Tra l'altro è fastidioso per l'azienda ricevente vedere che chi ha scritto, in realtà, non pensava a quell'azienda ma a tutto il mercato.

Una sconosciuto scrive al ricevente, sia quest'ultimo persona fisica o azienda, non conoscendolo ; senza sapere il settore in cui questi opera; senza sapere se vi sia una ricerca di personale; senza sapere il profilo eventuale richiesto; senza conoscere in pratica nulla e poi nulla.
Nel primo allegato (lettera di presentazione) offre a caso la sua candidatura in modo generico. Ma per cosa? Per quale compito?
Cosa vuol dire “in modo che possiate prendere in considerazione la mia candidatura” ?
Ipotizziamo che l'azienda, in quel momento, stia casualmente cercando un facchino o un autista internazionale e lo scrivente che offre la candidatura sia una laureata in lettere. Appare evidente che la pura offerta di una candidatura, quando non richiesta, abbia una percentuale di venir cestinata superiore al 100%, se mai fosse possibile.

Gli invii a caso, spesso o sempre, inviati a tappeto ad una serie di indirizzi mail della propria provincia o città dimostrano l'assoluta inaffidabilità di chi scrive.
Non c'è dietro ad una presentazione un preciso programma; una volontà di indirizzo verso un settore o un altro. La mail arriva, inesorabile, all'azienda che produce granaglie, ferro, consulenza, come al negozio di scarpe che magari ha un indirizzo mail la cui sigla non sia così identificabile con il lavoro svolto.
Arriva all'associazione profughi come all'istituto di beneficenza. Insomma, dato che le mail non costano fatica, con un clic si invia a tutti nella speranza che sparando nel mucchio, si colpisca qualcosa.
Questo è l'unico, vero modo per illudersi e poi demotivarsi; per sperare e poi piangere dicendo che non c'è lavoro.
Se si invia un curriculum ad un'azienda interessata con cui si è entrati in contatto attraverso un'inserzione o un ufficio di ricerca, si potrà essere convocati o no. Nel primo caso si discuterà; nel secondo si capirà che non si è adatti al ruolo. Stop.
Delusi? Forse un po', ma si tratta di un caso. Un contatto solo non fa primavera. Ci saranno altre occasioni.
Ma se si invia un curriculum a cento indirizzi e nessuno risponde, la delusione che prende è ovviamente ingigantita, moltiplicata per cento.
Non si penserà “oddio, ho spedito a caso e probabilmente a chi non era interessato quindi ci sta che non risponda nessuno...” . Si penserà invece: “ sono sfortunato (è sempre colpa della fortuna) ho scritto a mezzo mondo e nessuno mi considera. Qui c'è crisi, altro che lavoro. Se va avanti così, cosa farò? E' pazzesco. Devo riprovare a spedire ancora ad un maggior numero di indirizzi per aumentare le probabilità...”
Le probabilità aumenteranno sicuramente ma solo quelle relative a sentirsi un perdente.
Occorre tener presente che le aziende ricevono quotidianamente curricula inviati a caso da giovani che continuano a non comprendere che è la strada sbagliata e che obbligano le aziende a cestinare senza rispondere con finte lettere che sino a poco tempo fa si inviavano:
“Egregio Sig. Pippo, abbiamo ricevuto il Suo curriculum. La informiamo che dopo un'attenta lettura e pur riconoscendo una Sua preparazione e le Sue esperienze di ottimo valore, momentaneamente non vi è la necessità di un supporto quale Lei può dare. Siamo quindi spiacenti ecc...ecc.., ma La informiamo che terremo sicuramente il Suo nominativo in evidenza. “ (ovvero, nel cestino).

Basta! Non fatelo. Risparmiate tempo, Vi prego.
PreparateVi un curriculum, aggiornatelo, rileggetelo mille volte per “arrotondare” le frasi ed i concetti, studiate un'impostazione di presentazione buona e pulita eppoi tenetelo in un cassetto.
Cercate sui quotidiani, in internet, presso agenzie di collocamento ogni richiesta che possa far per Voi. Dev'essere una richiesta specifica, tale da farVi dire “questa è proprio per me. E' fatta su misura..”
Ed allora, su quella e solo su quella fate affidamento. A quella spedite; su quella cercate di ottenere un incontro. Insomma, anziché sparare nel mucchio con la quasi certezza di non centrare nulla; prendete di mira una sola occasione o possibilità per volta e su quella concentrateVi.
Ricordate sempre che esiste il rischio che il nominativo inviato sia per qualche strano motivo veramente archiviato in un cassetto e non nel cestino. Se a distanza di tempo doveste tornare in contatto con lo stesso indirizzo, magari inviando nuovamente il curriculum o addirittura attraverso un incontro, apparireste come coloro che sono sempre alla ricerca di un lavoro, lasciando o inculcando il dubbio che, se non lo avete fin lì trovato, forse qualcosa in Voi che non va, c'è.
Vale la pena di mettersi in questa posizione? Riflettete.
Potrei proseguire ancora ma spero di essermi spiegato a sufficienza. Se volete entrare nel mondo del lavoro o se volete rimanerci e migliorare, agite di conseguenza e non a casaccio.
Del resto, se ci si pensa, offrire la propria immagine e la propria disponibilità a cani e porci, sminuisce anche il valore dell'offerta stessa.
Forza quindi. Curricula ben studiati ed inviati solo a chi li chiede. Chi non li chiede forse non è interessato ad assumere. Che ne dite?